C’è un fascino perverso e polveroso nell’idea di mollare tutto, piantarsi lungo la celebre Route 66 e rilevare una catapecchia spacciandola per il tempio del divertimento notturno. È proprio su questa fantasia da film d’azione anni ottanta che punta DRAGO entertainment con Roadhouse Simulator, nuovo tassello che va ad allargare il Gas Station Universe inaugurato con Gas Station Simulator. Nei panni del carismatico Zio prima che diventasse l’usuraio che abbiamo imparato a conoscere, il nostro compito è trasformare una bettola sull’orlo del baratro nel locale più scatenato e famigerato del deserto. Il genere è quello del simulatore gestionale in prima persona condito da una robusta dose di follia grottesca: dietro al bancone non ci si limita a riempire boccali, ma bisogna vedersela con una clientela ruvida fatta di motociclisti senza scrupoli, gang di quartiere, agenti di polizia decisamente troppo zelanti e persino bizzarri visitatori extraterrestri in cerca di rifornimenti poco ortodossi. La promessa di una commedia interattiva carica di risse e fiumi d’alcol funziona a meraviglia per strappare un sorriso disimpegnato. Tuttavia, non appena si comincia a raschiare la superficie unta del bancone, ci si accorge che le premesse rischiano di sgonfiarsi molto più in fretta di una pinta lasciata al sole d’agosto.

Birre volanti, risse e la routine del bancone

Il cuore pulsante dell’esperienza poggia sulla classica e frenetica formula gestionale che richiede di trovarsi contemporaneamente in quattro posti diversi per evitare il collasso dell’attività. Nelle prime ore di gioco il ritmo è innegabilmente serrato e persino divertente: bisogna spillare birra senza sosta, lavare bicchieri, rifornire i distributori automatici e ripulire tempestivamente pavimenti e sanitari otturati per evitare multe salatissime. I clienti non brillano per autocontrollo e, non appena esagerano coi drink, il locale si trasforma puntualmente in una fiera del ceffone. Il sistema di combattimento è grezzo e immediato, pensato per risolvere le controversie a suon di pugni, calci e parate prima di scagliare l’ubriaco di turno fuori dalla porta a calci nel sedere. Questa violenza cartoonesca porta però con sé una controindicazione fastidiosa: tavoli e sedie sono fragili come cristallo e finiscono regolarmente in frantumi, costringendoci a ripararli o riacquistarli di continuo. Si corre, si suda e si lancia qualche boccale al volo per rimediare mance generose. Purtroppo, una volta compreso che gli avventori attendono pazientemente senza alcuna penalità di tempo e che le loro reazioni sono limitate a poche animazioni scriptate, l’ansia iniziale cede il passo a una routine meccanica che sa fin troppo di già visto per chiunque abbia bazzicato i precedenti lavori dello studio.

Corse di maiali, ring clandestini e contrabbando alieno

Per scongiurare la monotonia del servire clienti e pulire pavimenti, la produzione mette sul piatto una serie di attrazioni secondarie concepite per alzare il livello di notorietà del ritrovo. Guadagnando reputazione ed espandendo il controllo sulle zone limitrofe, si sbloccano slot machine, scommesse su maiali da corsa, un piccolo fight club e un distillatore artigianale da gestire nel retrobottega. C’è persino un palco allestito con tanto di strumenti musicali. Non mancano nemmeno le bizzarrie narrative tipiche del franchise, come la consegna di pacchi di misterioso carburante per alieni parcheggiati pigramente sul ciglio della strada. Sono trovate bislacche che strappano una risata genuina durante le prime partite, dimostrando la simpatica irriverenza degli sviluppatori. Il vero problema risiede nella loro superficialità: queste attività collaterali si riducono quasi sempre alla pressione di un singolo pulsante o a minigiochi talmente basilari da risultare accessori. Invece di integrarsi armonicamente con l’anima gestionale, sembrano innesti fini a se stessi, slegati dalla gestione economica e incapaci di offrire un motivo valido per tornarci una volta esaurita la curiosità iniziale.

Aiutanti sonnacchiosi e ronde di polizia a sorpresa

Fortunatamente la vita del barista solitario non dura in eterno: avanzando nell’avventura è possibile ingaggiare personale di supporto per delegare le incombenze più tediose, come servire le pinte, sedare le risse o passare lo spazzolone sui pavimenti. Questa meccanica dovrebbe garantire un salto di qualità nell’efficienza del locale, ma in realtà fa emergere vistosi limiti di bilanciamento e un’intelligenza artificiale tutt’altro che impeccabile. I camerieri e i barman si muovono con un’esasperante lentezza e spesso faticano a gestire anche code modeste, costringendoci comunque a intervenire in prima persona per evitare ingorghi. Gli addetti alle pulizie mostrano routine strane e le ballerine ingaggiate per alzare l’attrattività si limitano a danzare goffamente in angoli improbabili. A complicare il quadro ci pensa un agente di polizia che fa irruzione a cadenza quasi casuale, appioppando sanzioni pecuniarie per qualunque traccia di sporcizia o liquido sospetto presente nella sala. Questa presenza punitiva, unita a qualche inciampo tecnico come bicchieri fluttuanti nel vuoto e lievi intoppi nelle collisioni degli elementi d’arredo, trasforma la fase avanzata in una sequenza di piccoli fastidi che spezzano il ritmo dell’esperienza.

L’illusione dell’impero tra soldi facili e arredi intoccabili

Uno dei difetti più evidenti della produzione riguarda la gestione dell’economia interna e la progressione complessiva. Se nel capostipite ogni singolo dollaro andava sudato per pianificare ristrutturazioni e investimenti, qui le entrate finanziarie salgono con una facilità disarmante fin dalle prime battute. Si accumula denaro a palate senza dover prendere decisioni strategiche complesse, azzerando sul nascere qualsiasi senso di sfida o tensione manageriale. A deludere maggiormente è la totale assenza di personalizzazione estetica: l’ampliamento della struttura segue binari prestabiliti e rigidi, senza permettere di tinteggiare le pareti, riorganizzare liberamente gli spazi o dare un tocco unico al locale, eccezion fatta per pochissimi elementi decorativi preimpostati. Il gameplay loop si esaurisce così con una rapidità disarmante, tanto che per completare l’intera storia principale e sbloccare la quasi totalità degli obiettivi servono appena cinque o sei ore di gioco. Una longevità così risicata fa crollare ogni velleità di titolo a sé stante: tutto sa terribilmente di contenuto aggiuntivo riciclato da Gas Station Simulator, espanso quel tanto che basta per essere impacchettato e venduto separatamente, ma privo della carne al fuoco necessaria per giustificare tale scelta.

Un bicchiere mezzo vuoto lungo la Route 66

L’ultima fatica di DRAGO entertainment si presenta con un comparto audiovisivo dignitoso per gli standard delle produzioni indipendenti a budget contenuto. La grafica adotta il tipico stile rustico e polveroso della serie, gradevole colpo d’occhio che si lascia guardare senza infamia e senza lode, mentre la colonna sonora e gli effetti sonori accompagnano le risse e il chiasso del bancone in modo adeguato, per quanto non memorabile. Tirando le somme, Roadhouse Simulator rimane un’occasione clamorosamente sprecata. L’atmosfera scanzonata, l’umorismo dissacrante e la frenesia delle prime ore dimostrano che l’universo narrativo imbastito dal team ha ancora del potenziale da vendere, ma il progetto soffre di una vistosa carenza di contenuti e di una superficialità strutturale che lasciano l’amaro in bocca. Sei ore scarse per raggiungere i titoli di coda, unite a compiti ripetitivi e a un’automazione che toglie mordente al gioco, rendono difficile consigliare l’acquisto a prezzo pieno. Se avete già spolpato Gas Station Simulator potete tranquillamente ignorare questo titolo; se invece siete a digiuno del franchise, il consiglio migliore è recuperare il capitolo originale e attendere semmai uno sconto consistente prima di dare una chance a questo spin-off.