
Benvenuti nel buio della camera oscura, dove l’orrore analogico incontra la frustrazione digitale. Ammetto che aspettavo con curiosità l’uscita definitiva di Photomaly. Le premesse sembravano avere tutte le carte in regola per catturare la nostra attenzione: si eredita uno studio fotografico dal proprio padre e si cerca di sbarcare il lunario affrontando eventi imprevisti. Il concept alla base è affascinante, un mix di simulazione lavorativa in stile PSX in cui la fotografia non consiste soltanto nel premere un pulsante. Purtroppo, però, quando si passa dallo sviluppo delle foto alla vera e propria ciccia del gioco completo, le cose non sono andate proprio come previsto, trasformando un’idea con potenziale in un’esperienza visibilmente sfocata.
Il fascino “rilassante” del loop di gioco
Il cuore pulsante dell’opera risiede in una routine lavorativa che mantiene il loop già visto nella demo, e questo è indubbiamente un lato positivo. L’intera dinamica di gestione dello studio fotografico è strutturata per farti calare nei panni del perfetto fotografo: devi gestire gli ordini dei clienti, trovare l’angolazione perfetta per i soggetti, sviluppare le pellicole alle giuste condizioni e preparare le fotografie definitive. Oltre alla manovalanza, il sistema economico permette di utilizzare i profitti per sbloccare e acquistare miglioramenti per lo studio, oppure per personalizzare l’ambiente lavorativo. Il viavai di clienti locali porta una ventata di freschezza, poiché ogni avventore ha le proprie peculiarità e richieste. Molti di questi clienti risultano incredibilmente buffi, segno evidente che questo è un horror che non si prende mai del tutto sul serio. Ad arricchire il ciclo di gioco, si aggiunge l’interessante dinamica dei sogni e degli incubi, che ci fornisce, tramite l’esplorazione, elementi essenziali sulla storia del nostro protagonista e sul misterioso passato di suo padre. Purtroppo, scavando sotto questa patina di accogliente gestione aziendale, si iniziano a notare meccaniche superflue; molte delle opzioni acquistabili, come specifiche cornici per le foto, finiscono per essere oggetti estetici inutilizzati, portando il giocatore a sprecare denaro senza un reale vantaggio nel gameplay. Insomma, la prima parte di gioco illude piacevolmente con una simulazione ben fatta, ma non basta a reggere sulle proprie spalle l’intero impianto ludico.
Un salto nel buio tra scelte incomprensibili
Se la gestione del negozio riesce a strappare qualche sorriso, c’è purtroppo una sequenza specifica che ha quasi rischiato di farmi mollare il gioco e disinstallare tutto. Faccio un piccolo spoiler d’obbligo: a un certo punto, dopo aver fotografato un cliente ben preciso, il titolo ti trasporta improvvisamente nelle famigerate Backrooms. Da questo istante in poi, parte una sezione videoludica a dir poco terribile. La tematica degli spazi liminali è già abusata nei videogiochi indipendenti odierni, ma qui si aggiunge la presenza di un’altra creatura abusatissima, ovvero il classico mostro alla Weeping Angel di Doctor Who, che si muove in maniera innaturale solo quando gli dai le spalle. In mezzo a questo incubo insensato, il giocatore deve cercare dei pezzi di scala per prendere la macchina fotografica, un attrezzo che serve unicamente a fotografare il percorso solido per attraversare la classica stanza costellata di buchi. Il manichino inseguitore rompe letteralmente le scatole per tutto il tempo e l’unica difesa del giocatore è stunnarlo per qualche secondo fotografandolo, ma solo dopo aver recuperato l’attrezzatura. Questa sezione del gioco mi ha letteralmente stremato: l’idea in sé risulta essere macchinosa, trita e ritrita, e soprattutto per niente divertente. L’introduzione di questa fase labirintica spezza totalmente le vibes del gioco costruite sapientemente fino a quel momento. Le continue morti per via di errori o di movimenti del mostro inaspettati, se il gioco decide che da quella particolare angolazione non lo sto stai guardando, costringono tra l’altro a ricominciare l’intera fase dall’inizio, trasformando la sana tensione in frustrazione pura.

Citazionismo estremo e scarejump telefonati
Superato il tremendo scoglio liminale, il resto dell’avventura procede in maniera del tutto lineare, affidandosi quasi esclusivamente a scarejump classici. L’opera si appoggia a molti omaggi a film e ad altri videogiochi, tra cui spicca una bizzarra citazione a Poop Killer della 616 Games. La trama stessa finisce per trasformarsi in un omaggio diretto a una pellicola cinematografica, mentre nelle dinamiche finali troviamo un palese tributo alle meccaniche di ‘I’m on Observation Duty’. Sebbene scoprire questi easter egg possa inizialmente strappare un sorriso amaro, l’eccessiva dipendenza da questi elementi trasforma l’opera in un calderone privo di vera identità. I salti sulla sedia si moltiplicano diventando ben presto prevedibili e oltremodo forzati, basandosi unicamente su suoni assordanti e figure spaventose piazzate brutalmente in primo piano.
Il gioco vanta due finali, uno positivo e uno negativo, ma anche l’esito della narrazione fatica a dare risposte coerenti a tutti i misteri introdotti. Il testo ufficiale suggerisce che a ogni foto scattata ci si avvicini a un segreto inquietante e censurato, ma questa promessa narrativa evapora in una conclusione per niente incisiva.
Uno sviluppo difettoso
Sul fronte prettamente tecnico, Photomaly inciampa su alcune sbavature evidenti che, sommate alle scelte di game design discutibili, lo castrano un bel po’. Abbiamo riscontrato qualche fastidioso problema di performance e leggeri cali di fluidità, sebbene non si tratti fortunatamente di nulla di irrimediabilmente grave. Il vero problema risiede nella scarsa rifinitura di alcune interazioni chiave nel loop lavorativo: l’inserimento di foto legate alla trama principale all’interno delle cornici decorative, ad esempio, può causare bug davvero fastidiosi, impedendo al giocatore di rimuoverle e costringendolo al riavvio per non rimanere perennemente bloccato. Tra i pochi lampi di vero genio c’è l’utilizzo del microfono; a tal proposito, vi diamo un consiglio redazionale salvavita: se nei giochi horror disattivate abitualmente il microfono, vi raccomandiamo caldamente di non farlo qui.
Il rammarico generale è fortissimo, perché Photomaly sarebbe stato semplicemente perfetto se avesse mantenuto il loop principale fisso sulle foto, abbinato a scarejump gratuiti e incubi mirati. Invece, mescolando troppe idee mal sviluppate in una durata complessiva decisamente stringata, il gioco finisce per essere un ibrido sfilacciato. L’esperienza complessiva finale è quella di uno scatto profondamente sovraesposto, dove la geniale routine del fotografo viene offuscata da un design confuso e frustrante che smarrisce il proprio potenziale.

