C’è sempre qualcosa di soddisfacente quando, dopo aver assistito ad un’opera, ne scopri tutte le sfaccettature e da dove è stata tratta l’ispirazione. Se, quindi, ti è rimasta la curiosità sulla storia che ha ispirato il malinconico film horror Paper Panic, fulcro del videogioco One Last Clip, per tua fortuna Struggle Games ha rilasciato il prequel che ci meritavamo: Olivia, una breve ma intensa storia di una famiglia disfunzionale.

Famiglia da (brutto) sogno

Sei un produttore cinematografico e, cercando ispirazione per un film, ti imbatti in un caso irrisolto di tanti anni fa: una ragazzina è misteriosamente scomparsa di notte per non essere mai più ritrovata, ma è rimasto il sospetto che la famiglia ne sapesse di più di quanto lasciasse intendere. Volendo, quindi, raccogliere informazioni e fare una ricognizione fotografica per ricostruire il tutto sul set, decidi di recarti proprio nel luogo dove si è consumata la tragedia e lì, fra scatti con “effetti speciali” e supposizioni, ricostruisci tutta la storia.

Olivia era una ragazzina come tante: viveva allegramente la sua infanzia con mamma, papà e Jim, il fratellino curioso ed espansivo; purtroppo, come spesso succede, la bella facciata di un edificio ne nasconde l’oscurità della vita all’interno. La madre non è quella figura calorosa e gentile da focolare domestico, ma è molto severa ed esigente e si aspetta che i figli seguano le sue regole ed aspettative: Olivia deve essere la figlia perfetta, talentuosa e sempre obbediente, mentre Jim deve limitare la sua esuberanza e curiosità al limite dell’invadenza. Insomma, questa casa è un terreno fertile per le disgrazie, e sta a te attraversare i luoghi e i ricordi per ricostruire l’intreccio degli eventi.

Gameplay e tecnicismi

Il gameplay è davvero basilare: è un’esplorazione guidata di una serie di aree, in cui sblocchi quella successiva parlando con qualcuno, interagendo con un oggetto o fotografando l’area giusta. Il focus è concentrato sulla storia, ma con qualche gradita distrazione negli Easter Egg: chi ha giocato ai due precedenti titoli dello stesso sviluppatore, in particolare One Last Clip, ma anche Bring the book back, noterà in giro parecchi dettagli che faranno affiorare dei piacevoli ricordi che li riguardano.

Molti dettagli del gioco, come ricordi o realtà nascoste, nonché parte dei trigger e alcuni easter egg, vengono rivelati tramite la meccanica della fotografia: hai una macchina fotografica a istantanee che devi usare in giro per far venire alla luce ciò che non è visibile ad occhio nudo. Forse è un po’ un cliché, ma, da parte mia, è ben gradito.

La grafica cartoon “rubber hose” è vincente e accattivante e, con i suoi personaggi minimal ma espressivi e gli ambienti semplici ma dettagliati, dà lo sprint che serve alla narrazione. Il gioco è in prima persona, quindi non puoi vedere il tuo aspetto, ma gli altri personaggi sono molto carini e riesci ad immergerti nella storia come se fossi lì. Il reparto sonoro è interessante: il gioco è doppiato in inglese, con i sottotitoli in altre lingue, e le voci non provengono da un’IA, cosa non scontata per piccoli giochi come questi.

Nel complesso, al netto di qualche piccolo inciampo che può capitare, tipo qualche trigger o animazione un po’ goffi, è un gioco ricco e ben curato da uno sviluppatore che palesemente ci tiene al suo piccolo mondo.

In conclusione

A me Olivia è piaciuto moltissimo. La storia è breve, ma intensa e ben raccontata, anche se in qualche tratto è un po’ soggetta ad interpretazione. Gli Easter Egg sono graditissimi a me che sono una schiava dei rimandi agli altri giochi e una grande fan sia di Bring the Book Back che di One Last Clip, che ad oggi ritengo i due migliori “exit 8”-like per ricchezza di lore e originalità di ambientazione, nonostante la casa di sviluppo sia molto piccola (credo addirittura conti un solo developer).
Certo non è un horror che fa paura, ma ha gli elementi giusti per tenerti sulle spine. I jumpscare sono classici rumori improvvisi o personaggi che ti appaiono in faccia per poi scomparire nel nulla, ma il contesto e la trama fanno il resto, soprattutto perché bene o male provi empatia per i vari protagonisti, che risultano stranamente realistici nei loro modi di fare.

Un altro motivo per cui il gioco attira è anche il fatto che è un po’ il prequel di One Last Clip: la storia raccontata è quella che ha ispirato il film “Paper Panic”, in cui vediamo Jim malinconico che “saluta” la sorella, ma, in un certo senso, Olivia forse spiega anche un po’ da dove arrivano le varie anomalie che piagano il cinema mentre cerchi di vedere il film. Gli oggetti, pregni dell’orrore a cui hanno assistito, sono arrivati a infestare il cinema? Sono allucinazioni che ci crea la ragazzina usando i suoi ricordi? O il produttore del film ci ha messo dentro così tanta anima che ha manifestato non solo la storia ma anche un contesto paranormale per mostrarci tutto quello a cui ha assistito?

Le domande rimangono, ma anche la sensazione di aver assistito a un ottimo racconto di una bella idea.

Lo consiglio?

Assolutamente sì, però consiglio anche di giocare prima agli altri due titoli dello stesso sviluppatore. Se apprezzi il genere “ricerca delle anomalie”, sono tre giochi che costano poco e ti intrattengono molto. Bring the book back è il primo, con le sue anomalie in una biblioteca, pieno di citazioni di libri e simpatiche anomalie; One Last Clip è il secondo, ambientato in un cinema ricco di citazioni di film e allusioni a questa fantomatica tragedia avvenuta parecchi anni orsono; infine, c’è Olivia, che chiude la narrazione del precedente titolo, dando una spiegazione al film e ad alcune anomalie. Giocandoli tutti e tre, si possono apprezzare molto di più di quanto si farebbe presi singolarmente, anche se credo che ciascuno sia un’esperienza fantastica.

Insomma, complimenti a Struggle Games per aver creato questo piccolo e delizioso universo retro, in cui le anomalie hanno finalmente avuto una spiegazione reale e dove puoi vivere l’esperienza di come il paranormale prende vita.