Mystic è il nuovo survival di ILHAM, uno studio indipendente che punta in alto e vuole raccontare la sopravvivenza in un mondo ispirato alle tradizioni islamiche e sudasiatiche, tra deserti, rovine e presenze invisibili. L’idea è intrigante: unire folklore, fede e gameplay moderno in un contesto mistico e suggestivo. Sulla carta tutto sembra funzionare. Ci sono il crafting, i combattimenti ravvicinati, la gestione del campo base e persino un sistema spirituale che permette di vedere ciò che gli altri non possono.

Il problema è che, almeno per ora, Mystic funziona solo sulla carta. La build che abbiamo provato è lontana anni luce da qualcosa di giocabile con serenità: bug ovunque, missioni che si incastrano, animazioni che collassano e crash così frequenti da trasformare ogni partita in un test di pazienza. Ci sono momenti in cui si intravede un’idea, un’atmosfera, una scintilla di ispirazione, ma vengono subito soffocati da un comparto tecnico che sembra ancora in fase embrionale.

L’Unreal Engine 5 promette molto, ma in questo caso mostra più i limiti che le potenzialità. Le texture si caricano in ritardo, le performance saltano e l’interfaccia ricorda quella di un prototipo. Peccato, perché dietro questa nebbia di errori si percepisce la volontà sincera di raccontare una cultura raramente rappresentata nei videogiochi, con rispetto e autenticità.

Forse Mystic un giorno riuscirà a diventare il survival mistico che vuole essere. Ma oggi, anche per uno stato di Early Access, appare ancora troppo fragile e disordinato per potersi definire pronto. Serve tempo, serve lucidità e serve un po’ di autocritica, quella che si spera accompagnerà ILHAM nel dare finalmente forma alla propria visione.

Il panorama indie ha bisogno di giochi che rischino, che portino in scena storie diverse e prospettive nuove. Mystic ci prova davvero e questo merita rispetto. Ma perché l’ambizione diventi esperienza serve più che coraggio: serve solidità, e quella, per ora, è ancora un miraggio nel deserto.