Immaginate di prendere tutto ciò che hanno di bello The Long Drive e Drive Beyond Horizons, di passarlo in un tritacarne arrugginito e di servire il risultato su un piatto di ceramica scheggiato. Ecco a voi Nightmare Drive. Sulla carta, la promessa è il solito, magnetico richiamo del survival on-the-road: un’apocalisse che ha svuotato le strade, un veicolo da assemblare pezzo dopo pezzo partendo da rottami recuperati e la necessità di gestire risorse vitali come fluidi e motori mentre si percorrono autostrade procedurali infinite. La teoria è affascinante, un inno alla resilienza meccanica dove “ogni componente conta”. La pratica, purtroppo, è un incidente frontale a 120 all’ora contro il muro del game design approssimativo. Ci viene chiesto di percorrere 100 miglia, sopravvivere dieci notti e attivare una torre radio, il tutto senza un briciolo di contesto narrativo o una motivazione che vada oltre il semplice “guida per non morire”. Ma quando il viaggio stesso diventa un supplizio tecnico, l’unica cosa che si desidera davvero è che la benzina finisca il prima possibile per chiudere la pratica e passare ad altro.

Fisica da mal di mare e asset a caso

Il primo impatto con Nightmare Drive è un trauma estetico non indifferente. Nonostante la descrizione ufficiale parli di trasformare “scarti sparsi in una bestia degna della strada”, i modelli delle auto sembrano estratti prepotentemente da un asset pack acquistato a pochi spiccioli, risultando totalmente alieni e slegati rispetto all’ambiente circostante. Ma il vero “incubo” non è visivo, bensì fisico. La guida è un’esperienza punitiva: i veicoli sono rigidi come blocchi di granito e il mondo è infestato da collisioni fantasma che possono spedire il vostro prezioso ammasso di bulloni a roteare nell’infinito celeste senza alcun preavviso. Questo problema raggiunge vette di frustrazione inaccettabili nel bioma della foresta, dove sfiorare un albero non significa ammaccare un parafango, ma innescare una piroetta acrobatica degna del peggior circo di periferia. E quando scatta la mezzanotte, il gioco decide di abbandonare i classici zombie per regalarci… dei granchi mutanti. Se l’originalità è apprezzabile, l’esecuzione è tragica: allo scoccare delle 00:30, l’auto emette un suono, venite sbalzati fuori e non potrete risalire finché ogni crostaceo non sarà stato sterminato. Lo shooting è privo di qualsiasi feedback, un esercizio di futilità dove i nemici appaiono e scompaiono casualmente, rendendo ogni scontro caotico e privo di mordente.

L’incubo di un game design senza senso

Se pensate che gestire la macchina sia la sfida più ardua, non avete ancora fatto i conti con l’interfaccia. Gli sviluppatori hanno fatto centro nel combinare la gestione delle risorse con un sistema di controllo che sembra odiare il giocatore. Un esempio lampante di questa deriva progettuale è la mappatura dei tasti: utilizzare lo stesso comando per accendere la torcia e per tentare di ribaltare l’auto (operazione che richiede una pressione prolungata tutt’altro che reattiva) è una scelta semplicemente infelice. Vi ritroverete nove volte su dieci a fissare il vostro rottame capovolto mentre accendete e spegnete freneticamente la luce, come se steste cercando di comunicare in codice Morse con un Dio della Meccanica che vi ha chiaramente abbandonati. Il gioco eredita e amplifica tutti i difetti tecnici dei suoi ispiratori, portando bug tipici del multiplayer persino nell’esperienza in singolo. Nonostante le premesse di una manutenzione certosina del veicolo tra radiatori e miscele di fluidi, la realtà è che combatterete più contro il codice del gioco che contro la scarsità di risorse. È un’esperienza che riesce nell’impresa di rendere noiosa e irritante persino la sopravvivenza, trasformando quello che dovrebbe essere un viaggio epico in una serie infinita di glitch e decisioni di design discutibili.

Atmosfera sprecata per un gioco che non ingrana

C’è un momento, in questo disastro su quattro ruote, in cui si intravede quello che Nightmare Drive avrebbe potuto essere. Il sistema di transizione tra i biomi è sorprendentemente curato: lasciare il deserto mentre le montagne iniziano a profilarsi all’orizzonte, per poi attraversare una galleria esteticamente riuscita e sbucare nella fitta vegetazione di una foresta atmosferica, regala un briciolo di quella magia del viaggio promessa. Anche il comparto meteorologico fa il suo dovere, con tempeste di sabbia e temporali che avvolgono degnamente il mondo procedurale. Ad accompagnare questi rari momenti di pace troviamo diverse stazioni radio tematiche, i cui brani, seppur generati da intelligenze artificiali con testi un po’ didascalici che parlano di neon, ruggine e deserti, riescono a creare un sottofondo gradevole e funzionale. Tuttavia, queste piccole gemme non bastano a salvare un titolo che crolla sotto il peso di una realizzazione tecnica amatoriale e di un sistema di combattimento ai limiti dell’ingiocabile. È un viaggio che ha una bella colonna sonora e qualche bel panorama, ma la macchina su cui vi hanno fatto salire ha i freni rotti, il volante bloccato e i sedili pieni di chiodi. Se volete davvero un’esperienza di guida post-apocalittica, ci sono strade molto più sicure (e divertenti) da percorrere altrove.