
Ho provato Cloverpit, il nuovo gioco di due sviluppatori italiani che ci hanno gentilmente concesso una key, e non riesco più a smettere di giocarci. Una slot machine, una stanza chiusa e una botola pronta ad aprirsi sotto i tuoi piedi: questo è l’inizio di una dipendenza videoludica che somiglia molto a quella vera. Non importa quante volte io finisca giù, torno sempre a sedermi davanti a quella macchinetta convinto di farcela alla prossima partita. È un’esperienza claustrofobica e irresistibile, che non ti lascia via di fuga.
Una stanza che diventa il tuo mondo
Cloverpit ti chiude dentro quattro mura e ti mette davanti a una slot che decide il tuo destino. Ogni tre round arriva una scadenza: devi depositare una somma crescente nell’ATM accanto alla macchina, altrimenti la botola sotto di te si apre e buonanotte al secchio. Si parte con richieste modeste, come 75 monete, ma in breve tempo il conto sale a 200, poi 666 e oltre, fino a diventare una spirale sempre più opprimente. Il bello è che, dentro questo schema apparentemente lineare, si nasconde un loop capace di incollarti allo schermo. Ogni spin è una scommessa contro la fortuna, ogni cifra raggiunta un respiro di sollievo che dura poco. Non servono cutscene o colpi di scena quando hai l’ansia costante di non riuscire a rispettare la prossima scadenza.

Trinket e telefonate dal nulla
La vera carne al fuoco arriva con i ticket. Puoi ottenerne uno con sette spin o due con tre spin, e spenderli per acquistare trinket che trasformano completamente il tuo approccio e che ricordano un po’ i Joker di Balatro. Alcuni migliorano la resa dei simboli, altri modificano le probabilità di uscita, altri ancora aggiungono moltiplicatori o effetti strani che ribaltano le partite. In più, c’è anche un telefono che squilla a inizio scadenza: rispondi e ti trovi davanti a potenziamenti che sembrano patti col diavolo di Isaac, dove il guadagno ha sempre un prezzo. Accettare o rifiutare cambia l’andamento della run, ed è proprio in queste scelte che Cloverpit ti cattura davvero. Ogni volta sei convinto di aver fatto l’accordo migliore, finché la slot non decide di riderti in faccia.
666… e ti fai male male male
L’elemento che rende Cloverpit ancora più sadico è l’introduzione del simbolo 666. Allineare tre 6, infatti, significa perdere tutto quello che hai accumulato, prima solo i guadagni del round, poi con le scadenze più avanzate anche i soldi in tasca. È un colpo basso che aggiunge tensione e trasforma ogni spin in una potenziale condanna. Non è raro costruire una run perfetta e vederla crollare in un attimo, con la botola che si apre e la sensazione di essere stati presi in giro. In quel momento ti viene voglia di chiudere il gioco, ma dopo pochi secondi sei di nuovo lì, pronto a infilare un’altra monetina virtuale. È un meccanismo che ricorda da vicino quello di Balatro, ma qui la minaccia non è soltanto perdere la partita: è la sensazione costante di avere qualcosa da difendere e il rischio assurdo di vederlo sparire in un istante.
Se la macchinetta ti dà dei limoni, fatti una limonata
Ogni giocatore sviluppa strategie personali e io ho trovato nei limoni la mia salvezza. Sembrano innocui, ma se sfruttati bene diventano la chiave per superare anche le scadenze più esigenti. Cloverpit riesce a spingerti verso scelte quasi superstiziose: inizi a credere che certi simboli ti “portino fortuna” e che dietro le combinazioni ci sia un disegno segreto. È un inganno perfetto. Quando funziona ti senti un genio che ha piegato l’RNG a suo favore, quando fallisce la colpa sembra del destino. In entrambi i casi la conclusione è la stessa: continui a girare la slot. È questo l’aspetto più affascinante di Cloverpit, il modo in cui riesce a farti interiorizzare la dipendenza, trasformandoti in un fedele devoto della macchinetta.

Prigione, chiave e libertà mancata
L’ambientazione gioca un ruolo fondamentale. Sei chiuso in una stanza, circondato solo dal ronzio della slot, dal lampeggiare dell’ATM e dal telefono che interrompe i tuoi pensieri. Non c’è narrazione esplicita, ma la sensazione di essere controllato da qualcuno che detta le regole è fortissima. E poi c’è quella chiave accanto all’ATM, simbolo di una libertà sempre a portata di mano ma mai davvero raggiungibile. Capire come prenderla è uno degli obiettivi nascosti del gioco, ed è questa sottile promessa di uscita che ti spinge a continuare. Cloverpit non ha bisogno di scene spettacolari per creare tensione, gli basta lasciarti chiuso in quella stanza finché non cominci a sentire che il vero carcere è la tua ossessione per la slot.
Un amore tossico travestito da videogioco
Dopo 25 ore posso dire che Cloverpit è riuscito a incastrarmi senza via di scampo. Non offre grandi scenari o libertà apparenti, eppure mi ritrovo a pensare alle prossime scadenze anche lontano dal PC. È un gioco che ti prende per mano e ti accompagna dentro la testa di un giocatore d’azzardo, con tutte le emozioni contrastanti del caso. Gioia, frustrazione, senso di onnipotenza e cadute improvvise convivono nello stesso loop. Forse è davvero così che si sentono le persone davanti a una slot machine, e il fatto che un videogioco sappia trasmetterlo con tanta precisione lo rende un’esperienza unica. Cloverpit non è solo intrattenimento, è una dipendenza ben confezionata. Un amore tossico che ti fa ridere, arrabbiare e ricominciare, senza mai pensare di abbandonarlo davvero.
