Se c’è una cosa che il mercato indipendente ci ha insegnato negli ultimi anni, è che basta schiaffeggiare l’etichetta “cozy” su un progetto per attirare istantaneamente una folla di videogiocatori stressati in cerca di un surrogato digitale di una tisana calda. Wax Heads, sviluppato dal duo indie Patattie Games, si inserisce felicemente in questo filone, ma decide di aggiungere una spruzzata di finto ribellismo per darsi un tono: benvenuti nel mondo del simulatore narrativo “cozy-punk”. La premessa è romantica e calorosa come un vinile che gira su un vecchio giradischi: siamo l’ultimo arrivato all’interno di Repeater Records, un negozio di dischi indipendente gestito da Morgan McIntyre, ex leader della leggendaria band Becoming Violet. Il nostro compito quotidiano non è spremere i clienti o fare freddi calcoli di bilancio, ma gestire un’umanità bizzarra ed eccentrica, ascoltando i loro deliri musicali per trovare l’album perfetto tra gli oltre 80 dischi disegnati a mano che popolano gli scaffali. Un piccolo paradiso nostalgico per feticisti del vinile e amanti delle atmosfere di quartiere, che pur con qualche battuta d’arresto, riesce a farsi volere bene.

La sottile arte di capire il cliente

Il cuore dell’esperienza si consuma dietro al bancone, in un riuscito mix di interazioni narrative e leggeri rompicapi che ricorda da vicino titoli splendidi come Strange Horticulture o Coffee Talk. La routine della giornata lavorativa è accogliente: il cliente entra e vi lancia una serie di indizi, metafore astratte o ricordi sbiaditi sulla musica che sta cercando. A quel punto inizia una divertente caccia all’oro: dovrete aggirarvi tra le varie aree del negozio, spulciare le meravigliose copertine cartonesche, analizzare le note di copertina o consultare le fanzine locali e i social network per trovare la corrispondenza esatta. La gratificazione immediata c’è, ed è fortissima: azzeccare la raccomandazione perfetta decifrando persino lo stile d’abbigliamento del cliente restituisce una grandissima soddisfazione. È pur vero che, occasionalmente, alcuni enigmi scivolano in associazioni un po’ troppo astratte o soggettive, costringendo il giocatore ad andare un po’ a caso sperando di evitare errori. Tuttavia, l’atto di sfogliare questi finti cimeli della musica pop-punk e scambiare due chiacchiere con gli avventori rimane un loop rilassante e genuinamente piacevole per tutta la durata dell’avventura.

Un manifesto punk-cozy che unisce il quartiere

Laddove Wax Heads brilla davvero è nella sua travolgente componente narrativa, scritta da persone che amano la musica e la cultura che le orbita attorno. Il gioco è una dolcissima dichiarazione d’amore alla sottocultura underground, alla resistenza dei piccoli negozi contro i grandi colossi e alla difesa dell’arte umana contro l’avanzata della “melma” generata dalle intelligenze artificiali. La scrittura mette al centro le persone della comunità locale, trattandole non come semplici distributori di ordini da evadere, ma come un mosaico umano colorato, inclusivo e ricco di sfumature emotive. I dialoghi sono brillanti e frizzanti, capaci di far evolvere le sottotrame dei clienti abituali, facendovi affezionare sinceramente alle loro vite. Certo, a volte i toni si fanno un pizzico troppo incoerenti nella loro foga anticapitalista, creando qualche buffa incongruenza logica, come il fatto che un negozio sull’orlo del baratro mantenga ben sei dipendenti, di cui la metà passa il tempo a chiacchierare o a farsi i fatti loro. Ma l’ingenuità e il romanticismo di questa visione sono talmente genuini che è impossibile non farsi contagiare dal desiderio di proteggere Repeater Records a ogni costo.

Quando l’autoproduzione mette le ali all’estetica e qualche limite alle orecchie

Dal punto di vista visivo e sonoro, Wax Heads compie uno sforzo produttivo mastodontico che merita solo applausi, pur con i piccoli limiti fisiologici di un team di sviluppo composto da due sole persone. Lo stile artistico a collage, coloratissimo e graffiante, è una delizia costante per gli occhi, capace di dare un’identità pazzesca a ogni singola band fittizia. La vera scommessa dell’operazione, però, era la colonna sonora originale interamente autoprodotta. Poter prendere il disco che avete appena venduto, infilarlo nel jukebox del negozio e ascoltare i brani reali (con tanto di testi scritti!) è un’idea clamorosa e immersiva. Purtroppo, si avverte anche un po’ la mancanza di piccoli effetti sonori o di un doppiaggio durante i lunghi scambi di testo. Eppure, quando i titoli di coda scorrono mostrando i consigli musicali reali degli sviluppatori, capisci che questo gioco è un piccolo, imperfetto e preziosissimo gioiello fatto con il cuore.

Una playlist imperfetta che merita un ascolto

Wax Heads non è il gioco che rivoluzionerà il genere dei simulatori lavorativi, né ha la pretesa di farlo. È, molto più semplicemente, quel disco indie scovato per caso in un cesto delle offerte: ha qualche graffio, la produzione è dichiaratamente artigianale, ma possiede un’anima così vibrante che è impossibile non portarselo a casa. Patattie Games ha confezionato un’esperienza che vive e respira grazie al suo amore incondizionato per la musica e per i legami umani, riuscendo a trasformare la monotonia del lavoro al bancone in un rituale accogliente e rilassante. Se siete disposti a chiudere un occhio su una flessibilità di gameplay un po’ limitata e su qualche picco di scrittura fin troppo didascalico, il gioco saprà offrirvi uno splendido “safe place” in cui rifugiarvi per una manciata di ore. Non sarà un capolavoro da brividi, ma è un’operazione sincera, rinfrescante e confezionata con un calore umano che, nell’industria videoludica odierna, è diventato merce più rara di una prima stampa in vinile. Se amate sintonizzarvi sulle frequenze della nostalgia e delle storie di quartiere, questo è un acquisto che vi lascerà stampato in faccia un sorriso.