Mettete un po’ di lacca sui capelli, infilatevi le spalline imbottite e preparatevi a immergervi in un mare di neon viola, perché Under the Disco Lights – 80’s Bar Simulator promette di essere il vostro portale personale verso il decennio più trasgressivo della storia. L’offerta è allettante: una simulazione in prima persona dove non dovrete solo agitare shaker e servire cocktail, ma bisognerà anche gestire l’intera atmosfera di un club, ascoltare i segreti dei clienti e far pulsare il cuore della vita notturna a colpi di synth-pop. Il titolo si presenta come un mix tra un gestionale e un’avventura narrativa, dove ogni drink servito e ogni chiacchiera al bancone dovrebbero plasmare l’andamento della serata. Tuttavia, una volta varcata la soglia di questa discoteca digitale, ci si rende conto rapidamente che le luci stroboscopiche servono più a nascondere le crepe di un sistema di gioco traballante che a esaltare un’esperienza davvero profonda. Sebbene il fascino retrò possa inizialmente ammaliare, il gioco si rivela presto un simulatore piuttosto scialbo e, a tratti, decisamente brutto da vedere, lasciando il giocatore con l’amaro in bocca, e non per colpa di un cocktail troppo secco.

Sogni di neon o incubi di intelligenza artificiale?

L’estetica anni ’80 è un’arma a doppio taglio: se usata bene crea nostalgia, se abusata diventa una maschera per la mancanza di contenuti. In questo titolo, i personaggi stilizzati e l’illuminazione dinamica cercano disperatamente di catturare quell’atmosfera da vecchio video musicale. Ma basta un’ora di gioco per rendersi conto che l’ambiente è ripetitivo e, onestamente, stucchevole per chi non ha un feticismo estremo per il viola e il ciano. La colonna sonora, sbandierata come “completamente originale e ispirata agli anni ’80”, è al centro di una controversia che non posso ignorare: l’uso dichiarato di IA per la generazione di musica e immagini toglie ogni briciolo di anima alla produzione. Quello che dovrebbe essere un tributo artistico a un’epoca vibrante finisce per sembrare un prodotto preconfezionato e senz’anima, con testi spesso senza senso e ritmi piatti che, invece di farti ballare, ti spingono a cercare il tasto per mutare la musica. Nonostante i tentativi di creare una vibrazione immersiva, l’eccessiva dipendenza da questi asset generati artificialmente rende l’esperienza inconsistente e priva di quella scintilla creativa che un vero simulatore di questo tipo richiederebbe per distinguersi dalla massa dei simulatori economici. Alla fine, l’ambientazione anni ’80 non convince affatto, risultando solo un involucro estetico che stanca rapidamente e non riesce a sostenere un gameplay che fatica a decollare.

Mixologia del caos e tutorial fantasma

Se pensate che gestire un bar sia solo questione di stile, il gioco cercherà di smentirvi nel modo più frustrante possibile. La “mixologia” promessa si traduce in una serie di azioni confuse e spesso mal spiegate. Il tutorial iniziale è un vero disastro: le istruzioni sono poco chiare e, una volta visualizzate, spariscono nel nulla senza possibilità di essere consultate nuovamente, lasciandovi a brancolare nel buio tra uno shaker e un bicchiere. Anche impostando la modalità “easy”, si ha la sensazione costante di essere puniti ingiustamente per non essere abbastanza veloci, con drink che non vengono pagati e un feedback visivo pressoché inesistente durante gli acquisti al mercato. Il loop di gioco è spezzato: ci si ritrova bloccati dietro il bancone a fare da schiavi a una serie di silhouette danzanti tutte uguali, senza una reale guida su come far progredire il bar. È un caos disorganizzato che trasforma quello che dovrebbe essere un rilassante turno da barista in un esercizio di pazienza contro meccaniche rozze e un’interfaccia che sembra uscita da un progetto scolastico non terminato.

Chiacchiere da bar e siluette senza anima

La componente narrativa, che dovrebbe essere il cuore pulsante dell’esperienza, cade purtroppo nel vuoto. Sebbene venga promesso un mondo di personaggi reattivi con storie profonde e segreti da scoprire, la realtà è molto più piatta. I dialoghi con i clienti risultano banali e privi di mordente, incapaci di conquistare l’interesse del giocatore o di dare un senso reale alle scelte effettuate. Quello che viene pubblicizzato come leggere i clienti si riduce a poche righe di testo che non influenzano minimamente il gameplay, rendendo l’interazione sociale un inutile riempitivo tra una sessione di pulizia del pavimento e l’altra. Dopo la prima notte, gli NPC iniziano a ordinare drink per i quali non hai nemmeno gli ingredienti o le ricette, costringendoti a cancellare ordini senza colpa e bloccando la progressione in modo fastidioso. Non c’è profondità: mancano meccaniche che renderebbero vivo un bar, come gestire clienti molesti o controllare i documenti all’ingresso; sei solo un distributore automatico umano circondato da un’atmosfera artificiale. Anche la gestione del club è limitata: puoi pulire la mattina e spostare qualche sedia, ma la varietà manca totalmente e il senso di ripetitività diventa soffocante già dopo un paio d’ore. Under the Disco Lights sembra più un prototipo in Accesso Anticipato che un gioco completo, una promessa di divertimento che si scioglie come ghiaccio in un cocktail annacquato, lasciandoti la sensazione di aver perso tempo prezioso in un locale dove non torneresti mai più.