
Therapy Simulator ti fa sedere dietro una scrivania e ti dice che ora sei uno psicologo. Nessun esame, nessun percorso, solo una poltrona davanti e una serie di persone pronte a raccontarti i loro drammi come se fossi un distributore automatico di risposte. L’idea è talmente assurda da risultare affascinante, almeno per i primi minuti. Poi inizi a notare che qualcosa non torna. Le sedute si assomigliano tutte, i dialoghi sembrano usciti da un loop difettoso e la profondità promessa resta chiusa a chiave in qualche file che nessuno ha mai caricato. Più che fare terapia, sembra di timbrare il cartellino dell’empatia, ripetendo gesti e frasi senza che succeda mai nulla di davvero rilevante. Therapy Simulator non ti chiede di capire le persone, ti chiede di sopportarle. E a un certo punto ti rendi conto che la vera analisi psicologica riguarda una sola domanda: perché stai ancora giocando?
Un’idea che si siede sul lettino e non si rialza più
Therapy Simulator si regge tutto su un concept che, almeno all’inizio, sembra funzionare da solo. Sei uno psicologo, apri lo studio, programmi la giornata e ricevi pazienti con problemi diversi. Finché resta teoria, l’idea incuriosisce. Appena diventa pratica, però, il gioco si rivela per quello che è davvero: una sequenza rigidissima di azioni sempre uguali, dove il ruolo professionale diventa poco più di una scusa per avviare dialoghi che si somigliano tutti. Ti siedi, ascolti, scegli una risposta tra tre livelli di “educazione” e vai avanti, senza che nulla cambi davvero. Il sistema promette scelte, ma le conseguenze restano vaghe, scollegate, quasi decorative. Il karma esiste, viene mostrato, ma resta sospeso come un concetto buttato lì per fare scena. Dopo pochi incontri si ha la sensazione di stare ripetendo un copione già letto, dove il gioco sembra più interessato a simulare il gesto della terapia che a costruirne una struttura sensata.
Pazienti diversi, problemi identici (o confusi)
Uno dei punti che dovrebbe tenere in piedi Therapy Simulator è la varietà dei pazienti. Sulla carta ci sono più patologie rispetto alla demo, più situazioni, più spunti. Nel gioco, però, tutto si mescola in modo poco credibile. Capita spesso che i personaggi parlino di temi che non hanno nulla a che vedere con il problema assegnato, creando dialoghi che sembrano pescati a caso da un archivio disordinato. Il risultato non è surreale in senso creativo, ma semplicemente confuso. I pazienti non evolvono, non tornano davvero, non costruiscono un percorso. Anche quando promettono una seconda visita, l’illusione dura lo spazio di una frase. Se riappaiono, lo fanno come copie carbone di se stessi, con le stesse battute e le stesse reazioni. Più che persone, sembrano eventi temporanei che attraversano lo studio e spariscono, lasciando dietro di sé la sensazione di aver parlato con un NPC che ha dimenticato cosa ti ha detto trenta secondi prima.

Ripetizione, bug e un mondo che sembra fatto di cartone
Dopo una ventina di minuti, Therapy Simulator mostra il suo vero volto. Le giornate scorrono tutte uguali, i dialoghi finiscono per sembrare rumore di fondo e il gameplay si appiattisce su una routine che non trova mai una variazione interessante. A questo si aggiungono bug frequenti che spezzano qualsiasi residuo di immersione. Patologie che cambiano senso da sole, animazioni rigide, personaggi che attraversano lo studio come se fossero carrelli della spesa lanciati a tutta velocità. La componente visiva fa il suo, nel senso più prevedibile possibile: asset standard, ambienti anonimi e modelli che sembrano presi in prestito da altri dieci simulatori usciti lo stesso mese. Tutto appare funzionale solo sulla carta, mentre sullo schermo comunica fretta, poca rifinitura e zero personalità. Ed è un peccato, perché con un po’ più di cura questo studio virtuale avrebbe potuto diventare almeno un luogo credibile in cui tornare.
Una seduta rimandata a data da destinarsi
Therapy Simulator è in sviluppo da parecchio tempo e, nonostante la demo sia passata più volte da Steam e il gioco ha avuto modo di farsi conoscere, il salto verso una versione più matura non è ancora arrivato. Anche tenendo conto dell’Early Access e di tutti i possibili miglioramenti futuri, allo stato attuale l’esperienza resta molto acerba e difficile da consigliare. Il gioco non evolve, non sorprende e non riesce mai a trasformare la sua premessa in qualcosa che vada oltre la semplice curiosità iniziale. Tutto rimane superficiale e ripetitivo, con un ritmo talmente piatto da non risultare nemmeno involontariamente comico. Più che raccontare storie o stimolare riflessioni, Therapy Simulator finisce per mettere alla prova la resistenza del giocatore, costretto a ripetere le stesse azioni aspettando un cambiamento che non arriva mai. Con il tempo, gli aggiornamenti e una direzione più chiara potrebbe anche emergere qualcosa di interessante. Per ora, però, sembra proprio che il gioco abbia bisogno di una lunga seduta di revisione tutta per sé, magari con qualcuno che lo aiuti a capire cosa vuole diventare davvero.
