Come ho già detto qualche recensione fa, da bambina ho passato davvero molto tempo a giocare ai videogiochi arcade. Tra i giochi che hanno rapito di più la mia attenzione, c’era The Newzealand Story della Taito. Nei panni di Tiki, un kiwi armato di frecce, l’obiettivo era andare a salvare i tuoi amici in giro per la Nuova Zelanda, rapiti da un tricheco palesemente squilibrato. Era un platform carino, simpatico e non lineare, pieno di portali segreti e mappe intricate che premiavano l’astuzia. Oggi, in pieno 2026, lo studio Bitobit ha pensato bene di riesumare quello splendido gioco e riadattarlo con un motore grafico moderno. Il risultato si chiama The Newzealand Story: Untold Adventure. In teoria una buona idea, che poteva essere un ponte tra vecchi nostalgici e nuove leve. Ma in pratica, è la dimostrazione lampante che certi ricordi andrebbero lasciati in pace.

Un disastro balistico tra salti saponati e level design per miopi

La sfida dei remake è sempre la stessa: aggiornare il gioco senza distruggerne l’anima. The Newzealand Story: Untold Adventure fallisce miseramente già al primo passo, sabotando le fondamenta stesse di un platform che faceva della precisione il suo mantra. Il caro vecchio Tiki sembra essersi spalmato di grasso prima di scendere in campo: i salti sono osceni, roba da farti rimpiangere i peggiori platform amatoriali su floppy disk. Atterrare su una piattaforma è una scommessa, ma il vero colpo di genio sadico risiede nella leggibilità degli ostacoli. Gli sviluppatori hanno optato per un mimetismo tattico che fonde trappole mortali e fondali, costringendoti a strizzare gli occhi finché non ti lacrimano. A peggiorare questo scempio ci pensa uno scrolling che definire “zoppicante” è un eufemismo. E non parliamo solo di fluidità imbarazzante, ma di veri e propri attentati alla pazienza: lo scorrimento verticale ha il vizio di nascondere gli spuntoni, facendoli comparire magicamente un millisecondo prima dell’impatto. Risultato? Quello che nella versione originale era un flusso adrenalinico si trasforma in un’avanzata paranoica a passo di lumaca.
Proprio come la versione originale, Tiki inizia sparando con un arco, che poi può diventare bombe, laser o bacchetta magica. Purtroppo però, anche questo è stato peggiorato: le bombe, che una volta erano letali, adesso invece di fare piazza pulita, rimbalzano con l’intelligenza di una mosca contro un vetro chiuso, rendendole di fatto inutilizzabili.

Cuori teneri e zanzare estive

Per addolcire la pillola a un pubblico moderno ormai abituato a farsi imboccare col cucchiaino, il gioco manda in pensione la vecchia e sadica morte istantanea al primo tocco, introducendo un ben più clemente sistema a cuori. Certo, i nemici continuano a respawnare a schermo con l’insistenza molesta delle zanzare in un pantano ad agosto, ma questo assedio perenne ha sempre fatto parte del DNA brutale di Tiki e riproporlo senza filtri era un atto dovuto all’esperienza arcade. La vera manna dal cielo, finalmente slegata dalle logiche succhiasoldi dei vecchi cabinati, è l’introduzione della mappa del mondo. Poter selezionare gli stage sbloccati, aggirando l’antica e logorante tortura di dover finire l’avventura in un’unica interminabile sessione, è un’evoluzione strutturale intelligente che salva i controller da voli accidentali fuori dalla finestra. Anche i boss hanno goduto di un trattamento di favore decisamente azzeccato: gli scontri sono stati ampliati con l’aggiunta di fasi extra che rendono le risse per liberare i pennuti molto più corpose e appaganti rispetto al passato. Tra questi, spicca ancora la sempreverde e gloriosa scazzottata gastrica dentro la pancia della balena.

Un funerale di plastica per la pixel art

L’impatto visivo è forse la cicatrice più profonda di tutta l’operazione. Dimenticate la pixel art sfacciata, vibrante e con un’identità grande quanto una casa che caratterizzava il decennio d’oro degli arcade. Il passaggio al motore Unity ha trasformato le atmosfere di The Newzealand Story in un diorama di plastica scadente, un 2D così asettico e generico da sembrare pescato dal cestone delle offerte di qualche asset store di terz’ordine. Intendiamoci, l’intento di modernizzare svecchiando il colpo d’occhio è chiaro, e c’è persino stato lo sforzo di dare ai kiwi rapiti qualche variazione estetica per non farli sembrare dei cloni sbiaditi. Gli ambienti mantengono una saturazione cromatica sparata a mille, cercando disperatamente di trasmettere un’allegria da sala giochi che però suona falsa come una banconota del monopoli. Manca l’anima, manca quel carattere che rendeva ogni sprite un’icona. È come guardare un animale selvatico imbalsamato ed esposto in un salotto borghese: ha la stessa forma, ma è morto stecchito. E se l’occhio piange lacrime amare, l’orecchio subisce un supplizio che andrebbe denunciato per crimini contro l’umanità. La colonna sonora si regge su un blando remix del tema storico. Un motivetto allegro, ritmato, persino orecchiabile la prima volta. Il dettaglio macabro è che questo singolo brano viene riprodotto a ciclo continuo in ogni maledetto livello del gioco. È una martellata psicologica che, dopo la prima mezz’ora, ti spinge a scavare nelle impostazioni alla ricerca febbrile del selettore del volume, preferendo il gelido silenzio a quella nenia scanzonata che ti scava il cervello.

Requiem per un kiwi di plastica

Tirando le somme, The Newzealand Story: Untold Adventure è l’esempio lampante di come non si dovrebbe maneggiare la nostalgia. Il tentativo di riportare in vita Tiki si schianta contro un muro di approssimazione tecnica e scelte di design che definire autolesioniste è un complimento. Per un giocatore alle prime armi, inconsapevole dei fasti del passato, potrebbe pure sembrare un platform colorato e vagamente bizzarro. Ma per chi è cresciuto faticando su quei cabinati, questo remake ha il sapore di un tradimento. Gli sviluppatori avranno anche agito con le migliori intenzioni, ma manca clamorosamente quella scintilla che trasformava l’originale in un cult intramontabile. Senza una dose massiccia di rifiniture, rimane solo un guscio vuoto, un esperimento zoppicante che non rende minimamente giustizia al materiale di partenza. Restate a casa e lasciate Tiki dov’era.