La routine dell’ispettore burocratico è ormai un genere consolidato nel panorama indipendente, capace di trasformare la monotonia di una scrivania polverosa in un microcosmo di ansia, paranoia e dilemmi etici. Con Security 51, Alawar tenta di innestare su questa collaudata impalcatura le suggestioni cospirazioniste dell’immaginario SCP e i segreti inconfessabili della base sotterranea più chiacchierata della cultura pop. Il concept è di quelli che fanno gola a qualsiasi appassionato di fantascienza distopica e misteri governativi: vestiamo i panni di una guardia addetta al controllo accessi nei meandri più oscuri dell’Area 51, incaricata di monitorare minuziosamente chi scende nei laboratori sotterranei e, soprattutto, chi o cosa tenta di risalire verso la superficie attraverso un claustrofobico ascensore. Tra mutazioni biologiche repentine, anomalie catturate su pellicola, parassiti alieni e bizzarre infezioni contagiose, il nostro compito quotidiano non è soltanto verificare la validità formale di pass e cartellini identificativi, ma stabilire con assoluta freddezza se la creatura che abbiamo davanti appartenga ancora alla specie umana. L’incipit cattura immediatamente l’attenzione grazie a un’atmosfera retrò ben confezionata, a una colonna sonora d’atmosfera e a un ritmo iniziale che promette scintille, ma la transizione da brillante idea a simulazione profonda e stratificata finisce purtroppo per scontrarsi con una serie di compromessi di design fin troppo evidenti e limitanti.

La scrivania dell’assurdo tra raggi X e organi pulsanti

Sul fronte puramente operativo, la postazione di controllo offre inizialmente una discreta dose di divertimento spicciolo, mettendo in scena una routine lavorativa bizzarra e stimolante. Il campionario di anomalie e strumenti tecnologici a nostra disposizione è indubbiamente ricco di varietà: si passa dall’esame dei documenti cartacei tramite lampada a raggi ultravioletti alla scansione scheletrica per individuare malformazioni, dal termometro per verificare ipotermie e sbalzi termici sospetti al visore a raggi per gli organi interni, fino ad arrivare a curiosi test di Rorschach, microscopi per l’analisi dei globuli rossi e macchine fotografiche istantanee capaci di catturare presenze invisibili a occhio nudo. Il vero limite strutturale risiede tuttavia nella gestione complessiva di questo arsenale.

Laddove Papers, Please costruiva la tensione accumulando progressivamente variabili da incrociare sotto la pressione spietata del tempo, qui l’esperienza viene costantemente frammentata in compiti isolati. Ogni turno lavorativo attiva soltanto due o tre condizioni specifiche, accantonando puntualmente tutto il resto dei gadget precedentemente sbloccati. Questo approccio a compartimenti stagni azzera il senso di complessità e crescita: invece di costringere il giocatore a districarsi tra decine di parametri concorrenti, le direttive giornaliere stabiliscono una rigida gerarchia di priorità in cui una regola di esclusione sovrascrive meccanicamente le altre. Basta leggere le istruzioni dal basso verso l’alto per risolvere qualsiasi controllo a colpo d’occhio, trasformando un potenziale rompicapo deduttivo in una rapida sequenza algoritmica priva di vero mordente, di autentica frizione o di reale sensazione di pericolo.

Il peso delle scelte che evaporano nel vuoto

L’aspetto in cui il titolo è decisamente più scarno è la quasi totale assenza di una scrittura organica e di un tessuto narrativo capace di conferire peso reale alle nostre decisioni. I titoli di riferimento del filone fondavano la propria straordinaria efficacia sull’empatia, sulla disperazione di personaggi ricorrenti e su sfumature morali laceranti che rendevano straziante anche la semplice negazione di un visto d’ingresso. Nei corridoi sotterranei di questa struttura militare, al contrario, la componente emotiva e umana evapora completamente. I dipendenti che sfilano davanti alla nostra vetrata sono sagome bidimensionali intercambiabili, generate proceduralmente e dotate di un repertorio vocale e testuale ridotto all’osso, che ricicla costantemente le solite quattro battute insipide e prive di carisma.

Non esistono storie personali che si sviluppano su più turni, tentativi di corruzione credibili o richieste disperate capaci di mettere in crisi la nostra cieca fedeltà al regolamento. Anche la scelta più estrema, come premere il pulsante per allertare la sicurezza ed eliminare sommariamente un sospetto mutato, non comporta alcun turbamento o ripercussione tangibile: si abbatte un automa senza volto per incassare la paga giornaliera e si passa subito al successivo. A poco serve il quotidiano informativo appoggiato sul bancone, che anziché approfondire la lore o riflettere le conseguenze geopolitiche delle nostre scelte, si limita a snocciolare fredde battute satiriche e meme d’annata del tutto sconnessi dall’effettivo andamento della crisi biologica.

Un mosaico di minigiochi slegati e un’economia da rivedere

Nel tentativo di ampliare la formula originale e differenziarsi dalla concorrenza, sono state introdotte diverse dinamiche collaterali che faticano a integrarsi in un ecosistema armonico e coeso. La gestione della cella di isolamento e la schermata delle operazioni cittadine per contenere le epidemie virali ne rappresentano l’esempio più lampante: sebbene promettano un livello strategico superiore e una visione d’insieme sulla catastrofe in corso, si riducono ben presto a una serie di clic superficiali volti semplicemente a far salire barre percentuali numeriche per sbloccare la fase successiva, senza che vi sia una logica tangibile o un reale coinvolgimento dietro ogni singolo esperimento.

Parallelamente, la componente di sopravvivenza ed economia domestica denota un bilanciamento matematico fin troppo approssimativo. Il mantenimento della fame e della sanità mentale del protagonista tra un turno e l’altro non genera mai una vera pressione finanziaria, trasformandosi in una mera formalità da archiviare acquistando cibo a basso costo. Paradossalmente, i consumabili di base come il caffè e il classico panino risultano matematicamente molto più efficienti ed economici rispetto alle pietanze avanzate sbloccate nei livelli superiori. Anche il negozio dei potenziamenti per le attrezzature perde rapidamente di mordente: gli upgrade offrono vantaggi minimi di cui non si avverte mai l’esigenza concreta, complice un timer giornaliero fin troppo permissivo che consente di chiudere la lista dei visitatori in largo anticipo e senza affanno.

Viaggi nel tempo e pixel art tra potenziale e fretta

Non mancano comunque elementi pregevoli che salvano la produzione dal baratro, a cominciare da un comparto estetico in pixel art curato e ricco di personalità visiva, valorizzato da animazioni grottesche dei mutanti e da una colonna sonora rilassante che accompagna piacevolmente le sessioni lavorative. Tuttavia, l’impalcatura ludica mostra tutte le sue crepe non appena ci si confronta con la struttura dei finali multipli e della rigiocabilità. Raggiunta la prima conclusione nel giro di appena quattro o cinque ore, la possibilità di viaggiare a ritroso nella linea temporale per esplorare bivi narrativi alternativi si rivela un’arma a doppio taglio piuttosto frustrante.

Riavviare i giorni precedenti cancella gli strumenti acquisiti e costringe a risorbirsi dialoghi introduttivi e tutorial non saltabili, obbligando a ripetere le medesime mansioni meccaniche senza che le diramazioni offrano svolte narrative davvero memorabili o sostanziali. La sensazione generale è quella di un progetto nato da premesse stuzzicanti ma confezionato con troppa fretta, dove le ottime intuizioni iniziali sono state soffocate da una progressione piatta e da sistemi di contorno poco rifiniti. Come passatempo disimpegnato per gli appassionati di fantascienza pulp riesce a regalare qualche pomeriggio di svago senza particolari pretese, ma a conti fatti rimane un’esperienza che si accontenta della sufficienza, lontana dai fasti, dalla tensione e dalla profondità filosofica dei capisaldi a cui si ispira.