
Il mercato dei videogiochi indipendenti è ormai letteralmente invaso da simulatori di turni di notte, al punto che farsi assumere in una stazione di servizio digitale sembra diventato il rito di passaggio obbligatorio per ogni aspirante protagonista di un horror. [HERROR] Gas Station Case si lancia a capofitto in questo filone ormai saturo, proponendosi come il primo capitolo di una nuova serie antologica che promette di mescolare la noia della routine lavorativa con minacce paranormali. Vestiamo i panni di Dan Cooper, un venticinquenne dell’Ohio che, dopo essere stato licenziato da un impianto di uranio, si ritrova a sbarcare il lunario servendo benzina e snack nel bel mezzo del nulla. Le premesse sono chiare fin dall’inizio: il gioco trae pesantemente ispirazione dai titoli di Chilla’s Art e dalla serie Fears to Fathom, non facendo mistero delle sue origini concettuali. Tuttavia, invece di adagiarsi esclusivamente sui soliti cliché del maniaco armato di coltello o dello stalker che respira pesantemente al telefono, questo titolo decide di intraprendere una strada leggermente diversa, abbracciando una narrazione dalle forti tinte fantascientifiche e sovrannaturali. Non stiamo certamente parlando di una rivoluzione epocale del genere, sia chiaro, ma l’opera riesce comunque a ritagliarsi una sua identità specifica, offrendo un paio d’ore scarse di intrattenimento che si lasciano consumare con piacere. La sensazione generale è quella di trovarsi di fronte a un prodotto leggero, consapevole dei propri limiti ma capace di intrattenere il giusto, ideale per chi cerca un’esperienza mordi e fuggi senza dover per forza di cose gridare al miracolo o strapparsi i capelli per la tensione.
Un turno di notte tra routine e incontri ravvicinati del terzo tipo
La trama di questo primo episodio ruota attorno alla scomparsa di un collega e di svariate altre persone nei boschi circostanti, un mistero che prende il via quando l’amico del protagonista, Michael, fa una strana scoperta vicino al lago. Da lì in poi, la narrazione si snoda giorno dopo giorno, in un crescendo di tensione che, pur non essendo originalissimo, risulta stranamente affascinante e ti spinge a voler sapere come andrà a finire. I dialoghi e lo sviluppo della storia sono perfettamente in linea con il tipo di produzione: semplici, diretti e farciti di una dose di ironia inaspettata che alleggerisce l’atmosfera nei momenti giusti. C’è un’innegabile vibrazione in stile X-Files o Ai Confini della Realtà che permea l’intera esperienza, trasformando i soliti visitatori notturni in potenziali minacce da scrutare con estrema diffidenza. È proprio questo il punto forte dell’operazione: il gioco ti costringe ad avviare una routine basilare all’interno del minimarket, che funge da mero ma efficace contorno allo sviluppo di una trama dove i clienti non sono sempre chi dicono di essere. Non siamo di fronte a una sceneggiatura da premio Oscar, eppure l’indagine sulle sparizioni e l’ombra del paranormale riescono a mantenere vivo l’interesse del giocatore per tutta la durata dell’avventura. Peccato solo che, a livello di pura interattività narrativa, la maggior parte delle scelte di dialogo si riveli essere una mera illusione; indipendentemente da ciò che si decide di rispondere, le conseguenze reali sul dipanarsi degli eventi sono minime, lasciando un po’ di amaro in bocca per quello che avrebbe potuto essere un sistema di ramificazioni ben più complesso e soddisfacente.
Il terrore in formato VHS… ma per fortuna puoi spegnerlo
Passando all’aspetto puramente tecnico ed estetico, è inutile girarci intorno: non c’è assolutamente nulla che vi farà gridare alla rivoluzione grafica. Il gioco fa un uso massiccio di asset predefiniti visti e rivisti nel panorama indie, un riciclo che sacrifica un bel po’ di originalità visiva in favore della mera funzionalità. I modelli dei personaggi,, soffrono di una palese mancanza di identità, risultando a tratti goffi o “già visti” in decine di altre produzioni a basso budget. Tuttavia, nel contesto di questo specifico genere, la grafica passa quasi magicamente in secondo piano rispetto alla costruzione dell’atmosfera generale. Fortunatamente, gli sviluppatori hanno avuto la decenza di implementare un’opzione che per me vale da sola il prezzo del gioco: la possibilità di disattivare l’effetto VHS. Da giocatore che mal sopporta questo filtro spesso abusato per mascherare magagne tecniche, poter godere di un’immagine pulita senza che gli occhi chiedano pietà dopo mezz’ora è un pregio non da poco. Sul fronte sonoro e dell’effettistica, l’opera si difende egregiamente con una colonna sonora azzeccata, tra l’altro completamente sicura per le dirette streaming grazie all’assenza di materiale protetto da copyright. Anche la gestione dei proverbiali scarejump è intelligente; il gioco non abusa degli scarejump a buon mercato, dosandoli sapientemente e affidandosi a classiche apparizioni rapide e rumorose che fanno il loro sporco lavoro senza sfociare nella frustrazione. E se proprio avete il cuore debole, c’è la possibilità di gestire il volume degli scarejump che permette di attenuare l’impatto degli eventi, dimostrando un’attenzione alle diverse esigenze del pubblico che molti altri sviluppatori farebbero bene a copiare.

Riempire serbatoi e aspettare clienti al rallentatore
Il gameplay si basa su quelle classiche meccaniche da simulatore di lavoro in cui devi fare rifornimento alle auto, riempire gli scaffali e servire una carrellata di avventori più o meno inquietanti. La routine funziona bene per creare un finto senso di sicurezza, ma è purtroppo azzoppata da una velocità di movimento dei personaggi che definire “al rallentatore” è un vero e proprio eufemismo; preparatevi a camminare con la stessa foga di un bradipo pesantemente sedato, un difetto che a tratti spezza il ritmo dell’esplorazione. Fortunatamente, il titolo si riscatta prendendo le distanze dalle meccaniche più frustranti rese celebri da altri esponenti del genere. Una cosa che ho apprezzato enormemente è l’assoluta assenza della dinamica dell’utilizzo del microfono reale e della necessità di doversi nascondere negli armadietti per ore sperando che il mostro di turno passi oltre. Qui non serve trattenere il fiato nella vita vera, e la tensione viene generata da fattori ambientali e narrativi piuttosto che da gimmick hardware. Il gameplay rimane quindi estremamente basilare, ma si fa perdonare con qualche trovata brillante inserita per premiare l’esplorazione. Ad esempio, se volete farvi venire un discreto mal di testa tra un rifornimento e l’altro, potete cimentarvi con un test del quoziente intellettivo di dieci domande presente nel computer del negozio, che alla fine vi restituirà tanto di risultato. Sono queste piccole aggiunte, unite all’assenza di minacce reali per buona parte dell’avventura che vi permette di giocare senza l’ansia costante del game over, a rendere l’esperienza complessivamente bilanciata e scorrevole per la modesta durata del titolo.
Un antipasto alieno in attesa delle altre portate
Arrivati ai titoli di coda, che solitamente sopraggiungono dopo circa un’ora e mezza o due al massimo, si ha la chiara sensazione di aver consumato un pasto onesto. [HERROR] Gas Station Case porta a casa una sufficienza piena, presentandosi come un’esperienza horror abbastanza leggera, godibile e con spunti innegabilmente interessanti, ma che necessita di maggiore rifinitura. Se siete di quelli che saltano ossessivamente e velocemente i dialoghi sperando di accelerare i tempi morti, rischiate seriamente di incappare in fastidiosi freeze che bloccano l’avanzamento. Tolte queste sbavature tecniche evidenti, il progetto rappresenta comunque un inizio decisamente incoraggiante per quella che dovrebbe diventare una serie antologica continuativa. La speranza è che questo primo capitolo, iniziato in fin dei conti col piede giusto, serva da trampolino di lancio fondamentale. Nei prossimi episodi, gli sviluppatori dovranno necessariamente alzare l’asticella, mantenere questo livello qualitativo e, possibilmente, introdurre delle novità sostanziali per svecchiare un genere che rischia seriamente l’abuso dopo l’enorme successo delle opere a cui si ispira. Per ora, ci accontentiamo di aver fatto il pieno a qualche auto e di essere sopravvissuti al turno di notte con la dignità intatta, in attesa di scoprire quale sventura ci riserverà il prossimo incubo a basso budget.
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