C’è un momento preciso, nella vita di ogni videogiocatore, in cui la percezione del tempo collassa miseramente. Guardi l’orologio, ti riprometti che farai “solo altri cinque minuti”, e improvvisamente scopri che sono passate cinque ore. Berry Bury Berry è esattamente quel tipo di trappola temporale: un’esperienza in prima persona che si presenta come un coloratissimo gioco incrementale, ma che nasconde un’anima decisamente più oscura. Fin dai primi istanti, un’estetica zuccherina in un mondo carino e rimbalzante ti investe, restituendo la netta sensazione di trovarsi intrappolati all’interno di una trasmissione televisiva per bambini andata in onda in qualche dimensione parallela. La premessa è di un’ingenuità quasi disarmante: il tuo unico, fondamentale scopo è coltivare tonnellate di bacche per poi gettarle senza pietà all’interno di uno strano buco, così da raccogliere denaro sonante per sbloccare potenziamenti. Sembra la fiera della banalità, eppure questa meccanica apparentemente sciocca maschera un gorgo ipnotico in cui la tranquillità viene interrotta da strani glitch e presenze inquietanti. Preparatevi a farvi divorare la vita sociale da frutti adorabili e misteri sotterranei, perché l’abisso ha fame, e le bacche non si seppelliranno certo da sole.

L’ipnotica arte di nutrire l’abisso

Il cuore pulsante dell’intera produzione risiede nel suo loop di gioco, tanto elementare quanto devastante per la nostra dipendenza da dopamina. Le fasi si dividono nettamente in due momenti cruciali: il giorno, in cui si farma compulsivamente per racimolare più soldi possibili lanciando i frutti, e la notte, in cui si cerca di recuperare il resto del denaro sparso. Ed è proprio qui che il titolo decide di ricordarci chi comanda: se si resta svegli troppo a lungo, l’oscurità prende il sopravvento e il buco stesso inizia a rincorrerci, rendendo la raccolta dei sudati guadagni un’impresa disperata. L’aspetto geniale è che il sistema ti spinge a fare amicizia con delle piantine parlanti, le cosiddette Baccamiche, necessarie per coltivare frutti di livello sempre più alto. Con i soldi guadagnati, il titolo offre un vasto albero di potenziamenti con diversi gadget e strumenti sbloccabili per aumentare i profitti ed esplorare il giardino maledetto. Si può persino prendere il controllo del buco per inghiottire gli oggetti dello scenario e seppellire le cose in profondità, dove nessuno le troverà mai. Inghiottendo gli elementi del giardino accumuleremo stelle, la valuta per potenziare i nostri amici e far produrre loro frutta di valore sempre più alto. La progressione iniziale è una droga purissima, bilanciata in modo superbo per tenerti incollato allo schermo senza farti sentire il peso della ripetitività, almeno per le prime abbondanti ore di gioco.

Dietro i colori vivaci si nasconde il torbido

Se pensate che questo sia solo un simulatore in cui far crescere a dismisura il conto in banca, vi state perdendo la parte più graffiante dell’esperienza. Ovviamente c’è un “twist” dark nell’avventura, che si svela in maniera frammentata attraverso elementi investigativi e segreti celati nel giardino. Attenzione però alle etichette fuorvianti: chi si aspetta un horror psicologico fatto di mostri sanguinari rimarrà deluso, poiché ci troviamo di fronte a un’angoscia strisciante e liminale che gioca sui contrasti. La tensione non esplode quasi mai in terrore, ma si insinua attraverso piccoli momenti, come incontrare inaspettatamente sagome inquietanti, come l’enigmatica Ms. Rainbow, sulle soglie delle porte durante la notte. L’atmosfera che il titolo costruisce è supportata da un doppiaggio dei nastri magnetici curato, che dà voce a una sceneggiatura abile nel muovere critiche al capitalismo e all’ingordigia corporativa. Sotto questo strato di inquietudine si cela un meta-messaggio affilato, sebbene la narrazione si appoggi un po’ troppo sui cliché dei programmi “corrotti”, una formula ampiamente abusata nel mercato indie. Nonostante un intreccio non rivoluzionario, il modo in cui la lore si incastra con le meccaniche ti fa venire voglia di saperne sempre di più. I finali multipli permettono di svelare gradualmente tutti i segreti del giardino, spingendoti a esplorare l’oscurità.

Tra farming compulsivo ed enigmi da decifrare

Tutta questa opulenza fruttata non è esente da difetti, perché anche le macchine “mangiatempo” più oliate possono mostrare il fianco se portate all’estremo. Per svelare tutti i misteri e sbloccare ogni potenziamento, bisogna rimboccarsi le maniche e prepararsi a un po’ di sano “grinding”. Il gioco offre una marea di achievement che stimolano a sperimentare, eppure, nelle fasi più avanzate, l’infrastruttura dell’automazione mostra qualche crepa. Quando lo schermo inizia a riempirsi di centinaia di frutti rimbalzanti, la mancanza di strumenti di raccolta automatica più efficienti, come un raggio d’azione dell’aspirapolvere più ampio o un sistema che eviti gli ingorghi, si fa sentire pesantemente. Anche strumenti dirompenti come la motosega o il martello mostrano limitazioni nei controlli che trasformano il loop ipnotico in una routine a tratti frustrante. Inoltre, l’avventura spezza il ritmo introducendo dei puzzle ambientali e logici. Se alcuni di questi enigmi sono brillanti, altri risultano decisamente più criptici. Provate a risolvere l’enigma dei fili rossi e delle puntine senza sbattere la testa sulla scrivania: la logica interna, in questi casi specifici, fa acqua, risultando punitiva per un titolo che dovrebbe fare del flusso costante il suo punto di forza. Detto questo, il fascino di sbloccare nuove aree bilancia quasi sempre la noia della ripetizione, premiando i giocatori più testardi.

Un orologio svizzero mascherato da frullatore

Nonostante l’anima indipendente e le premesse volutamente caotiche, l’esecuzione tecnica di questo bizzarro esperimento è encomiabile e merita un plauso sincero. Durante le mie 12 ore di gameplay compulsivo, essenziali per me per spolpare il titolo e scovare tutti i finali, non ho riscontrato alcun bug invalidante. Questo è un traguardo impressionante, soprattutto se si considera l’incredibile mole di oggetti fisici che il motore grafico si ritrova a gestire contemporaneamente sullo schermo. Quando si innesca una cascata infinita di frutti multicolore e detriti che rotolano, rimbalzano e si riversano verso il centro della voragine, ci si aspetterebbe un calo di framerate vistoso; al contrario, il titolo rimane fluido e reattivo, comportandosi egregiamente persino su hardware di fascia bassa o su dispositivi portatili come la Steam Deck. Il sound design fa il resto del lavoro: le musiche e gli effetti sonori accompagnano ogni singola azione restituendo un feedback tattile e uditivo di rara soddisfazione e relax. In definitiva, questo concentrato di follia zuccherata e oscurità latente è un’opera che riesce brillantemente nel suo intento di rubarvi la vita. Ha qualche difetto di bilanciamento nelle fasi finali e qualche enigma mal calibrato, ma resta una macchina formidabile. Se amate il genere e cercate un prodotto che vi tratti con intelligenza mescolando atmosfere apparentemente inconciliabili, questo è il buco nero in cui dovete assolutamente tuffarvi.