Quando inizi Murder of King Mere potresti essere convinto di avere per le mani il “classico” investigativo sempliciotto: chiacchierate, qualche indizio segnato al volo, accuse finali e tanti saluti. Dopo poche ore, invece, ti ritrovi con la testa piena di nomi, fazioni, pettegolezzi di corte e drammi personali, con il costante dubbio di esserti perso un dettaglio fondamentale tre dialoghi prima.

Il gioco ti mette nei panni dell’apprendista del Master Detective, chiamato a fare luce sull’omicidio del Re Mere, sovrano del Dog Empyre, che durante un momento privato con il fratello crolla sulla neve, trafitto da un coltello: quando arrivano le guardie, l’unico ancora in piedi accanto al corpo è proprio lui e ci sono fin troppi elementi che sembrano puntare nella sua direzione.
Il risultato è un giallo denso, che chiede attenzione e pazienza, e che funziona bene come atmosfera e scrittura, un po’ meno quando decide di ricordarti che ha anche dei salti da piattaforma in mezzo.

Un regicidio che è solo l’inizio

Il punto forte di Murder of King Mere è il caso in sé e tutto ciò che gli gira intorno. Il regicidio è solo la punta dell’iceberg: indagando ti ritrovi a mettere il naso nei rapporti interni del Dog Empyre, in vecchie tensioni politiche, in culti antichi e in quella sensazione costante che la verità sia stata, metaforicamente, coperta di inchiostro.
La City of Ink è un piccolo open world, ma sfruttato molto bene: cortili innevati, corridoi stretti, torri e terrazze che si intrecciano tra loro e ti invitano a guardare ogni angolo, a parlare con tutti, a capire chi mente e chi ha solo paura. Il gioco non ti tiene troppo per mano: sei tu a dover collegare i puntini, farti le tue teorie, raccogliere prove, incastrare i sospetti e arrivare alle accuse finali quando ti senti davvero sicuro, sapendo che il margine di errore rimane alto e che la storia non è mai bianca o nera.

Dialoghi, simpatia e un Empyre che sembra vivo

Qui si vede quanto l’autore tenga al suo mondo. La grafica mescola pixel art e pennellate pittoriche, con un mood invernale cozy che fa venire voglia di giocare con una tazza di tè di fianco.
Ogni personaggio è illustrato, completamente doppiato e costruito attorno a un piccolo archetipo emotivo: c’è chi ti guarda dall’alto in basso, chi si aggrappa a te come ultima speranza, chi nasconde qualcosa dietro una cortesia esagerata. Il sistema di simpatia fa la differenza: in base a come ti poni, quanto sei diretto o quanto aiuti gli altri con favori, cambia il tipo di informazioni che riesci a ottenere. Puoi leggere la mente per farti un’idea di chi hai davanti, indagare per entrare nel merito del caso, chiacchierare della loro vita o rimboccarti le maniche per guadagnare fiducia con qualche favore. Volendo puoi anche provare a forzare le risposte, ma è una leva da usare con cautela: esagerare rischia di incrinare i rapporti e chiuderti l’accesso a informazioni preziose.
Il bello è che il gioco non ti blocca se qualcuno non ti sopporta: spesso ottieni comunque qualche indizio, solo più filtrato, più amaro, più difficile da interpretare. Ed è fondamentale tornare a parlare con gli NPC quando hai nuove prove in mano, perché molti dettagli emergono solo quando possono reagire a quello che hai già scoperto. Il rovescio della medaglia è che tutto questo richiede una buona dose di concentrazione e memoria: tra nomi, ruoli e collegamenti è facile arrivare a fine giornata con la sensazione di aver bisogno di una bacheca piena di foto e fili rossi.

Tre accuse, poi buio: la pressione dell’investigatore

Dal punto di vista strutturale, Murder of King Mere è uno di quei giochi che non hanno paura di dirti “hai sbagliato, ricomincia”. Puoi accusare fino a tre cani sbagliati; al terzo, il salvataggio viene cancellato e devi ripartire dall’inizio.
È una scelta che mette addosso una bella pressione e che, da un lato, si sposa bene con il tono serio della storia: ogni interrogatorio, ogni indizio e ogni dubbio pesano di più quando sai che non stai solo “provando a caso”, ma ti stai giocando l’intera run. Dall’altro lato è una soluzione che rischia di spaccare il pubblico: se ti piace rileggere i dialoghi, ricostruire il caso, arrivare alla verità con calma e metodo, il sistema ti premia perché ti obbliga a restare presente e coinvolto. Se invece tendi a stancarti in fretta o ti perdi con facilità una battuta importante, il rischio è trasformare un giallo molto stimolante in una maratona di linee già viste.

Quando il vero nemico sono i salti

Fin qui potresti tranquillamente parlare di un investigativo molto solido, ma c’è un elemento che pesa parecchio sul giudizio finale: il parkour. In teoria l’idea è intrigante, perché ti permette di sfruttare la verticalità della City of Ink per cercare scorciatoie, raggiungere aree isolate, frugare tra tetti e balconi alla ricerca di dettagli nascosti.
Nella pratica, però, la gestione dei salti e delle collisioni è tutt’altro che precisa. Ci sono punti in cui ti viene chiesto di eseguire salti piuttosto delicati e il sistema attuale non regge il livello di accuratezza richiesto: atterraggi che non registrano come dovrebbero, spigoli in cui ti incastri, cadute ripetute che aggiungono solo frustrazione, nulla di davvero interessante al gameplay. Quando ti capita di rifare lo stesso passaggio più e più volte, non perché non hai capito cosa devi fare ma perché i controlli non rispondono come vorresti, il ritmo dell’esperienza si spezza e l’indagine passa in secondo piano. In un titolo così concentrato su dialoghi e deduzione, vedere la parte “fisica” diventare il principale motivo di nervoso è un peccato non da poco.

Tra neve, sospetti e parkour

Nel complesso Murder of King Mere è un investigativo affascinante, con un mondo sorprendentemente ricco per le sue dimensioni contenute, un cast ben scritto e un caso che non ha paura di complicarsi né di chiederti impegno.
Il mix tra atmosfera cozy invernale e sottotesto politico e religioso funziona, e la scelta di dare così tanto peso ai dialoghi e alle relazioni rende la City of Ink un posto in cui è facile perdersi (in senso buono) inseguendo pettegolezzi, confessioni e mezze verità. A tenere il gioco lontano da voti più alti è soprattutto la componente di movimento e parkour, che in più di un’occasione sembra remare contro l’esperienza invece di arricchirla. Il sistema delle tre accuse sbagliate con cancellazione del salvataggio è una scommessa forte: interessante per chi ama la sfida mentale, molto meno per chi cerca un giallo da vivere in modo più rilassato. Si sente che la City of Ink e il Dog Empyre non esistono solo per questo gioco, ma fanno parte di un mondo che il developer sta costruendo da anni: piccoli dettagli, rimandi e accenni ad altri eventi danno alla storia un respiro più ampio di quanto ci si aspetterebbe da un indie così raccolto.
Il bilancio finale è quello di un titolo particolare, pieno di personalità e con spigoli evidenti, che nel complesso si assesta su un sette pieno e si guadagna un posto nella lista dei piccoli esperimenti narrativi da tenere d’occhio.