
MISERY parte aggredendoti appena premi “Nuova partita”, con una sirena nucleare che rimbomba nei corridoi dell’Istituto Scientifico per la Ricerca della Zona di Esclusione di Zaslavie. Hai sessanta secondi, non uno di più, per saccheggiare quello che trovi e chiuderti nel bunker prima che la bomba cada. È un’introduzione sgraziata, isterica, quasi grottesca, ma riesce a comunicare in pochi attimi l’essenza dell’esperienza: un mondo sull’orlo del collasso e un protagonista che non ha il tempo di fare domande.
Quando la porta del bunker si chiude e la terra trema, il ritmo cambia. MISERY si trasforma in una sopravvivenza sporca, fatta di routine e improvvisazione, dove tu e gli altri mercenari rimasti dovete proteggere un istituto di ricerca nato per studiare anomalie e manufatti misteriosi, e oggi diventato l’ultimo appiglio tra voi e una zona devastata. Nessuna spiegazione rassicurante: ti rimangono un silenzio pesante e gli echi del mondo esterno che ti ricordano che il peggio non è ancora passato.
La zona di esclusione è un organismo. E non vuole averti intorno
Ogni mattina apri la porta del bunker e metti piede in un mondo che sembra cambiato di colpo. Le mappe generate proceduralmente non sono soltanto scenari casuali: sono tessuti vivi, composti da rovine radioattive, stazioni di ricerca abbandonate, basi militari deserte, città sventrate dove ogni finestra sembra raccontare qualcosa che non vuoi sapere. La zona non è spettacolare, né cinematografica. È ruvida, cupa, piena di rumori che arrivano sempre in ritardo. Ed è proprio in questa sua imperfezione che trova la sua forza.
Le anomalie sono uno degli elementi più affascinanti. Non sono semplici trappole, né effetti speciali: sembrano fenomeni vivi, imprevedibili, capaci di distruggerti in un istante o di regalarti manufatti preziosi capaci di cambiare una spedizione. A volte ti attirano, altre volte ti respingono con violenza, ma raramente puoi ignorarle. In mezzo a tutto questo ci sono creature mutate, banditi affamati, altri sopravvissuti pronti a uccidere per un pezzo di pane o una medicina. Ci si muove piano, ascoltando ogni fruscio, perché la zona non avvisa. Agisce e basta.
Bunker dolce bunker, il disastro domestico che finisci per amare
Il bunker è più di un rifugio. È casa, lavoro, magazzino, carcere e parodia di vita domestica, tutto in un unico spazio sotterraneo. Ogni rientro dalle spedizioni porta con sé una montagna di oggetti recuperati: pezzi di metallo, strumenti rotti, vestiti inutilizzabili, persino divani luridi o cassettiere recuperate in edifici che probabilmente dovrebbero essere sigillati. Eppure, tutto trova una sua collocazione, perché MISERY prende molto seriamente l’idea che il bunker debba crescere con te.
Costruisci stanze, piazzi generatori a gas o solari, lavori alle postazioni di crafting e gestisci gli oggetti più strani che la zona ti regala, crei armi, cuoci cibo, coltivi quello che puoi e provi a dare un ordine a un posto che non è mai davvero ordinato. Il sistema di costruzione è manuale, tangibile, ma anche capriccioso: alcuni pezzi sembrano rifiutarsi di incastrarsi anche quando sembrerebbe logico. Eppure, il bunker rimane uno degli aspetti più appaganti, perché rappresenta quel piccolo spazio di normalità che ti costruisci da solo in mezzo alla follia della zona.
Cooperativa, errori umani e tragedie comiche che segnano una partita
MISERY in solitaria è intenso, ma in cooperativa diventa qualcosa di completamente diverso. Con uno o più compagni la zona non è solo ostile: diventa imprevedibile, ridicola e molto più viva. Ogni spedizione è una storia nuova, piena di errori umani che surclassano qualunque minaccia esterna. C’è chi si perde in un edificio e scompare dietro un angolo pieno di anomalie; chi lancia una granata nel bunker rovinando ore di lavoro; chi muore in modi così assurdi da diventare immediatamente leggenda nella chat vocale.
È in questi momenti che MISERY dà il meglio: quando la sopravvivenza non è una checklist, ma una sequenza di momenti che nessuno aveva pianificato e tutti ricordano. Tuttavia, è anche qui che emergono i problemi più evidenti. Il sistema di connessione è ancora macchinoso, il multiplayer può essere instabile e alcune mappe generano cali di performance importanti. Sono limiti reali, che possono spezzare un po’ il ritmo, ma non distruggono quel senso di unione sgangherata che si crea tra i giocatori.

Combattimento e tecnica, i punti dove la zona diventa davvero crudele
Il combattimento è il reparto più grezzo. Le armi hanno una sensazione instabile, la mira è capricciosa e alcuni nemici, soprattutto le creature sotterranee, colpiscono con attacchi troppo letali per lasciare spazio a una reazione. È evidente che qui serva più lavoro: non tanto per trasformare MISERY in uno shooter preciso, ma per dare coerenza a un sistema che al momento può risultare imprevedibile nel modo sbagliato.
Sul fronte tecnico, la situazione è simile. Le prime ore scorrono bene, ma col tempo compaiono cali di framerate, mappe particolarmente pesanti mettono in difficoltà anche PC solidi, e qualche crash o problema ai salvataggi può capitare. È comprensibile considerando l’ambizione del progetto e il fatto che lo sviluppo non ha dietro un team enorme, ma resta un limite da mettere in conto.
Nonostante questo, MISERY riesce a mantenere quella scintilla che ti fa sopportare le sue rugosità. Non è un gioco che vive della sua precisione, ma della sua atmosfera. E quella, anche quando il resto vacilla, resta saldissima.
Il giudizio dal bunker
MISERY non è un survival rifinito. Non è un titolo pensato per tutti. È un gioco ruvido, sporco, instabile e a volte spietato, sia tecnicamente sia nel gameplay. Ma è anche un’esperienza piena di anima, con un’atmosfera talmente evocativa da reggere qualunque imperfezione. Le spedizioni nella zona, le anomalie, il bunker che diventa casa, la paranoia, il freddo, la collaborazione forzata con altri mercenari che a volte sembrano più pericolosi dei mostri… tutto si incastra in un mosaico che funziona proprio perché non cerca di essere elegante.
Se cerchi un mondo che sappia essere brutto e affascinante allo stesso tempo e se ami le atmosfere post-sovietiche, la sopravvivenza sporca, la tensione che nasce anche solo dal suono del vento e la possibilità di raccontare storie assurde dopo ogni run, qui troverai qualcosa di speciale.
È un gioiello ruvido, sì, ma anche uno di quelli che brillano quando smetti di cercare la perfezione e inizi a lasciarti coinvolgere dal suo modo di essere.
For Zaslavie!
