
Dopo dieci anni di gestazione, un’infinità di post su un blog e l’aura di “progetto maledetto”, Mewgenics è finalmente atterrato sui nostri schermi. Diciamocelo chiaramente: se cercate la pucciosità di un video di gattini su YouTube, non solo avete sbagliato indirizzo, ma probabilmente avete proprio sbagliato pianeta. Edmund McMillen è tornato e, fedele al suo stile, ha deciso di regalarci un’opera che puzza di lettiera sporca e genialità compulsiva. Mi sono immersa in questo ammasso di peli, mutazioni e fluidi corporei con una punta di scetticismo, ma quello che ho trovato è un titolo che, pur non essendo per tutti, sprizza genialità da ogni poro. È un gioco sporco, cattivo e visceralmente onesto, che non fa nulla per nascondere la sua natura grottesca, anzi, ne fa il suo più grande vanto. Preparatevi, perché la genetica non è mai stata così spietata.

Accoppiamenti selvaggi e laboratori clandestini: il loop infernale
Ma cosa si fa concretamente in questo delirio felino? In sostanza, siete i gestori di un gattile abusivo che farebbe inorridire qualsiasi associazione animalista. Il gioco si divide in due fasi principali: la gestione della casa e le spedizioni esterne. Tra le quattro mura domestiche, il vostro compito è far accoppiare i gatti per generare la prole perfetta tramite un sistema di breeding che sfida le leggi di Mendel e che fa sembrare i Pokémon roba da dilettanti. Non è un semplice “metto insieme due gatti forti e ne esce uno fortissimo”, ma una simulazione genetica folle dove tratti estetici, abilità attive e difetti invalidanti si mescolano in un cocktail di DNA imprevedibile. Una volta messo insieme un team di quattro sventurati, li spedite nel mondo esterno per affrontare run strutturate a capitoli, proprio come in un roguelite classico.
Qui, il combattimento si sposta su una griglia tattica dove ogni centimetro conta. Si vince, si muore (spesso male) e si torna a casa con il bottino: cibo e oggetti principalmente. È un ciclo continuo di selezione naturale dove il vostro obiettivo è sopravvivere a boss assurdi mentre cercate di capire perché il vostro gatto preferito ha appena deciso di esplodere solo perché ha mangiato troppi vermi solitari. Ogni run è una scommessa, ogni accoppiamento un azzardo biotecnologico che trasforma la vostra casa in un laboratorio di Frankenstein con molto più pelo e molti più fluidi discutibili.
La laurea in Biologia Felina: perché Isaac era solo l’antipasto
Se pensavate che le sinergie di The Binding of Isaac fossero un casino da gestire, preparatevi a rimettervi sui libri perché Mewgenics alza l’asticella fino a livelli di sadismo intellettuale mai visti. In Isaac bastava prendere un oggetto e sperare che non ti rovinasse la partita; qui, il livello di profondità è tale da far sembrare la ricerca del Guppy set una passeggiata di salute in un prato fiorito. Dovete valutare come le abilità innate di un gatto (derivate dal DNA) si incastrano con i tratti genetici dei compagni di squadra e, soprattutto, con le centinaia di oggetti recuperati. La complessità non è solo numerica, è sistemica: ogni skill può interagire con l’ambiente e con gli altri elementi in modi che richiedono ore di studio.
Parliamo di migliaia di variabili che si intrecciano: un gatto che produce nubi tossiche può diventare un’arma di distruzione di massa se il suo compagno ha un gene che trasforma i gas in elettricità, ma tutto questo può ritorcersi contro di voi se non calcolate il raggio d’azione millimetrico sulla griglia di combattimento. La curva di apprendimento non è una salita, è un muro verticale coperto di grasso. Dovete imparare a valutare sinergie tra skill, classi e mutazioni che sono esponenzialmente più difficili da prevedere rispetto a qualsiasi altro titolo di McMillen. È un gioco che esige rispetto e, soprattutto, tempo: se non vi prendete la briga di analizzare ogni singola statistica e ogni possibile interazione chimica tra i vostri gatti, finirete per sterminare la vostra stirpe nel giro di due turni, travolti dalla vostra stessa ignoranza tattica.

Arredamento post-apocalittico e vomito d’autore: lo stile oltre il disgusto
Se pensavate che il bianco e nero (o meglio, quel color seppia da pergamena sporca) fosse una scelta di pigrizia, non avete capito nulla dell’estetica di McMillen. In Mewgenics, lo stile visivo è una dichiarazione d’intenti: tutto sembra uscito dal diario di un ragazzino talentuoso ma con seri problemi di gestione della rabbia. Ma non fatevi ingannare dalla sporcizia apparente, perché qui la mole di contenuti è talmente mastodontica da far sembrare The Binding of Isaac un prototipo realizzato durante una pausa caffè. Parliamo di centinaia di nemici, migliaia di oggetti e un’infinità di mobili per la vostra casa che sono il fulcro della vostra meta-progressione. Ogni volta che tornate da una run fallita, la vostra abitazione si trasforma in un museo dei fallimenti, dove ogni nuovo oggetto sbloccato aggiunge uno strato di complessità a un sistema che è già un incubo da gestire.
La cosa incredibile è come il gioco riesca a rendere “leggibile” un campo di battaglia dove gatti mutanti vomitano acido su boss giganti mentre parassiti intestinali saltano da una casella all’altra. Nonostante l’interfaccia sia più densa di un contratto assicurativo scritto in sanscrito, dopo qualche ora inizierete a muovervi tra i menù con una naturalezza che dovrebbe preoccuparvi. C’è un piacere quasi perverso nel vedere la propria casa riempirsi di cianfrusaglie che sbloccano nuove classi e nuove sfide, rendendo ogni partita un tassello di un mosaico molto più grande. È un’esperienza che vive di contrasti: da una parte l’umorismo scatologico più becero, dall’altra un design dei mostri e degli ambienti che sprizza personalità da ogni pixel. Se cercate un gioco che vi faccia compagnia per i prossimi tre o quattro anni sabbatici, lo avete trovato, a patto di avere uno stomaco abbastanza forte da sopportare il gusto estetico di un autore che non ha mai smesso di giocare con il fango.

Nove vite non basteranno
Alla fine della fiera, Mewgenics è il classico schiaffo in faccia che ti lascia col sorriso ebete. È un titolo che richiede dedizione assoluta, stomaco forte e una predisposizione quasi masochistica alla pianificazione a lunghissimo termine. Non è perfetto, certo, e la sua complessità brutale potrebbe far scappare chi cerca un divertimento immediato e “brainless”, ma per tutti gli altri è una droga purissima. McMillen ha preso tutto quello che ha imparato in dieci anni e lo ha condensato in un organismo vivente, pulsante e terribilmente profondo. Un 8 pieno, perché nonostante i gatti puzzino e il DNA sia un incubo da decifrare, non riuscirete a staccarvi dallo schermo finché non avrete creato l’abominio definitivo.
