A fine anni ’90 la vita era più semplice: bastava il suono straziante del modem 56k che provava a connettersi, una pila di CD masterizzati e un Tamagotchi mezzo morto nello zaino per sentirsi davvero parte del futuro. Lan Party Adventures pesca proprio da quell’immaginario e ci catapulta in un’epoca dove il concetto di “essere bravo con i computer” significava che tutti ti chiamavano per montare la rete di casa loro. Il protagonista è un liceale fissato con l’informatica, circondato da un gruppo di amici che sembra uscito da un telefilm registrato su VHS, e si ritrova a indagare sulla sparizione di Pedro, il compagno più sfortunato della comitiva. La key ci è stata gentilmente fornita dallo sviluppatore, e ammetto che l’ho accettata con l’entusiasmo con cui negli anni ’90 si accettava una nuova cassetta registrata male ma con dentro la canzone che volevi: senza pensarci troppo e con la certezza che ci avrei passato ore.

Una banda da telefilm

La storia parte dalla sparizione di Pedro, orfano cresciuto dalla nonna, che scompare dopo aver ricevuto una mail sospetta su soldi facili. La polizia non sembra curarsene e così il nostro gruppo prende in mano la situazione. Gli amici incarnano tutti uno stereotipo da teen drama: Jake, il nerd imbranato che ti dà consigli telefonici inutili; Paula, la ragazza spigliata che tiene insieme la baracca; Johnny, mezzo strafatto e sempre un po’ altrove. E poi ci siamo noi, il protagonista, smanettone di computer con la maglietta dei Korn. Una scelta estetica particolarmente apprezzata, visto che continuo a portare avanti con orgoglio la mia nu-metallagine. L’impianto narrativo funziona perché ricrea quelle dinamiche da telefilm pomeridiano, con i ragazzini più svegli della polizia e una trama che si regge su amicizia e mistero. Peccato che i finali, due in totale, lascino più domande che risposte, soprattutto quello “segreto” che sblocchi solo trovando tutti i collezionabili.

Cavi, monitor e nostalgia

Il gameplay gira intorno al montaggio di PC e reti LAN: collegare cavi VGA ai monitor, sistemare computer polverosi, attaccare modem 56k e far parlare tra loro le macchine. Ogni incarico diventa un pretesto per ficcare il naso nei computer dei clienti e trovare indizi sulla scomparsa di Pedro. A scuola, per esempio, mentre sistemi la rete delle aule puoi curiosare nel PC del professore e scoprire documenti interessanti. All’inizio il meccanismo diverte: chi ha vissuto l’epoca riconosce ogni dettaglio e non può non sorridere davanti a certi gesti ormai dimenticati. Il problema è che dopo un po’ subentra la ripetitività: gli incarichi sono tutti molto simili e a cambiare sono solo i collezionabili nascosti e i documenti segreti. L’unica “variazione” è rappresentata dalle telefonate di Jake, che ti dà suggerimenti se resti bloccato, ma che in realtà non servono a nulla. È un gameplay che vive di nostalgia, funziona bene per un paio d’ore, ma fatica a sorprendere sul lungo periodo.

Collezionabili e finali

Ogni livello mette davanti collezionabili e documenti segreti che, una volta raccolti tutti, permettono di sbloccare un secondo finale. L’idea è buona, perché incentiva a rigiocare, e infatti ho fatto una seconda run speedrunnata solo per chiudere il cerchio. In totale ho accumulato circa sei ore, con la prima partita che si assesta sulle quattro o cinque. Gli enigmi non sono mai frustranti, ma richiedono comunque un minimo di attenzione. Non c’è l’ambizione di diventare un investigativo puro, più che altro si tratta di puzzle semplici che accompagnano la storia. Il problema è che il finale segreto non ripaga del tutto lo sforzo, lasciando più perplessità che soddisfazioni. La vera spinta a guardarsi intorno sono gli easter egg e le citazioni sparse, che fanno sorridere chiunque abbia un cuore nerd. Ritrovare quei dettagli è spesso più appagante che scoprire dove porti davvero la trama.

Un’estetica coerente

La parte tecnica è semplice ma curata. La grafica richiama bene l’epoca a cavallo tra fine anni ’90 e inizio 2000, con ambienti che sembrano usciti da un vecchio PC game. Non ci sono colonne sonore memorabili a supporto, e quindi l’atmosfera anni ’90 vive soprattutto di dettagli visivi e piccoli tocchi ambientali. Funziona, anche perché l’esperienza scorre senza intoppi e senza bug degni di nota. Non è un gioco che vuole stupire con la spettacolarità, piuttosto punta alla coerenza estetica. È chiaro che si tratta di un progetto pensato più per evocare ricordi che per costruire qualcosa di nuovo. E in questo riesce, con un’identità definita che può colpire chi ha vissuto l’epoca e incuriosire chi l’ha solo sentita raccontare.

Il fascino della nostalgia imperfetta

Lan Party Adventures è un titolo che si regge più sul ricordo che sulla sostanza. Non è un gioco impeccabile: il gameplay diventa presto ripetitivo, i personaggi restano sullo sfondo e la trama non si chiude mai davvero in maniera soddisfacente. Eppure riesce a essere godibile, soprattutto per chi ha vissuto i LAN party e le serate passate tra modem, cavi e Windows che decideva di piantarsi proprio nel momento sbagliato. È un viaggio leggero, a tratti confuso, ma che strappa sorrisi sinceri grazie agli easter egg e alla nostalgia. Non sarà un’esperienza che resta impressa a lungo, ma se hai voglia di qualche ora in compagnia di un’epoca che non tornerà più, funziona.