
Avete presente quei pomeriggi d’infanzia passati a scarabocchiare furiosamente sui margini dei quaderni di matematica mentre la maestra spiegava le frazioni? Ink Inside è esattamente quel mondo che prende vita, un’esplosione di nostalgia disegnata a mano che ci mette nei panni di Stick, un disegno incompleto con una crisi d’identità. Sviluppato dai creatori di Steven Universe: Unleash the Light, il titolo si presenta come un ibrido tra un action RPG e un beat ‘em up, immerso in un’estetica che urla “cartone animato del sabato mattina” da ogni pixel. La premessa è affascinante: una perdita d’acqua sta deformando i quaderni, trasformando i vecchi schizzi in mostri corrotti noti come Sog. Il nostro compito è salvare i compagni e recuperare i ricordi genetici legati alla nostra creatrice, Hannah. Sulla carta, è un sogno lucido per ogni amante dell’animazione; all’atto pratico, però, tra la penna e il foglio si sono create diverse macchie di inchiostro che ne sporcano l’esecuzione complessiva.
Tra palle avvelenate e un backtracking da incubo
Il cuore pulsante dell’esperienza è un sistema di combattimento che decide di mandare in pensione le classiche spade per abbracciare il dodgeball. L’idea di lanciare nuclei di energia, caricarli per massimizzare il danno e alternarli a combo corpo a corpo è, onestamente, una boccata d’aria fresca nel panorama indie. C’è una soddisfazione quasi tattile nel sentire il suono di un colpo che va a segno, un feedback sonoro che molti titoli tripla A invidierebbero. Tuttavia, la luna di miele con queste meccaniche finisce non appena ci si scontra con il design dei livelli. Il gioco soffre di una struttura che abusa del backtracking, costringendoci a ripassare più volte nelle stesse zone dove i nemici, puntualmente, si ripresentano come ospiti non invitati. Se all’inizio la gestione dello spazio e il tempismo dei lanci risultano stimolanti, dopo l’ennesima battaglia identica la fatica inizia a farsi sentire. A questo si aggiunge una certa confusione nelle indicazioni: non è raro trovarsi a vagare senza meta perché il gioco ha omesso di spiegare che serviva un “core” specifico per attivare una cutscene o sbloccare un’area. È un peccato, perché quando il ritmo tiene, il mix tra schivata e attacco funziona egregiamente, specialmente se goduto in cooperativa locale, dove la coordinazione tra chi gestisce la distanza e chi pulisce l’area rende tutto più organico.

Una galleria di personaggi (troppo) chiacchieroni
Se c’è un aspetto dove Ink Inside non accetta compromessi, è la caratterizzazione. Stick è un eroe di una simpatia travolgente, ma la vera star è Traff, la Principessa delle Parolacce. Sentire una nobile disegnata con lo stile di Nickelodeon che impreca come un camionista ad ogni piè sospinto strappa più di un sorriso e dà al titolo una personalità ribelle e unica. Il doppiaggio, che vanta nomi come Brian David Gilbert, è di altissimo livello e riesce a dare vita a ogni singolo schizzo. Il problema sorge quando la narrazione decide di premere troppo sull’acceleratore della logorrea. Le sessioni di dialogo possono diventare estenuanti, specialmente quando si vorrebbe solo tornare a “mettere palle in faccia ai nemici”. Questo eccesso di esposizione, pur supportato da una trama profonda che esplora temi come la memoria e l’ispirazione attraverso filmati in live action della creatrice Hannah, finisce per spezzare troppo spesso il flusso dell’azione. La fusione tra il mondo 2D dei quaderni e i video reali è una scelta stilistica coraggiosa e narrativamente fantastica, ma viene parzialmente vanificata da un sistema di missioni che a volte si incarta, lasciandoti con oggetti inutilizzabili perché il personaggio che li ha richiesti si è spostato in un’altra location, bloccando di fatto la risoluzione della quest.
Il disegno interrotto: quando il foglio finisce troppo presto
Il vero elefante nella stanza, però, è la natura tecnica del progetto, che trasuda “indie” non sempre nel senso positivo del termine. Nonostante un’estetica curatissima che riproduce perfettamente il look dei fogli di carta sporchi e deformati dall’umidità, il gioco inciampa su caricamenti ingiustificatamente lunghi e bug fastidiosi. Capita spesso di perdere momentaneamente il controllo del personaggio o di restare incastrati in collisioni un po’ troppo “abbondanti” tra un elemento dello scenario e l’altro. Ma la vera doccia fredda arriva sul finale. Proprio quando la storia inizia a farsi davvero interessante e le meccaniche sembrano aver raggiunto la piena maturazione, il gioco si interrompe bruscamente. La sensazione non è quella di aver concluso un capitolo, ma di aver assistito a un “to be continued” non richiesto che lascia l’amaro in bocca. Questa struttura ricorda molto la prima stagione di una serie TV, dove molto viene seminato ma poco viene raccolto. Finire la campagna in circa 8-10 ore scoprendo che l’arco narrativo principale rimane sospeso in attesa di futuri capitoli trasmette un senso di incompletezza che mina quanto di buono costruito fino a quel momento. Ink Inside resta un’opera di cuore e ingegno, ma al momento somiglia troppo al suo protagonista: un disegno bellissimo, pieno di carattere, ma ancora tragicamente incompleto.
