Nessuno di noi si aspettava il nuovo capolavoro inarrivabile in stile Red Dead Redemption, diciamocelo chiaramente, ma c’è un limite anche alla pazienza verso l’Accesso Anticipato. Frontier Legends ci viene venduto come un’avventura open-world ambientata nel selvaggio West, un luogo dove sopravvivenza, crafting ed esplorazione dovrebbero plasmare la nostra personalissima storia. Sulla carta, l’idea di sbarcare come nuovo colono in una terra di frontiera spietata, imparando a gestire risorse e costruendo il proprio destino da zero, mantiene un innegabile fascino atavico. Le premesse per un’esperienza quantomeno solida ci sono tutte. Tuttavia, non appena si prende il controllo del nostro personaggio, il divario tra la maestosità della descrizione ufficiale e la cruda realtà dei fatti assume rapidamente i contorni di un canyon incolmabile. Quello che ci troviamo ad affrontare è un prodotto dolorosamente acerbo, un groviglio di buone intenzioni mal realizzate che fatica a giustificare la sua stessa esistenza sugli store digitali.

Un deserto di promesse e asset riciclati

Frontier Legends dovrebbe essere un ecosistema vibrante, spietato ma ricco di opportunità e misteri. I creatori ci promettono un mondo dinamico, in cui il meteo mutevole e i cicli giorno-notte ci costringono a riadattare la strategia a ogni sortita fuori dall’accampamento. Ci esortano a scoprire cavalli selvaggi da domare, esplorare rovine antiche e andare a caccia di tesori leggendari. L’impatto effettivo con la mappa di gioco, tuttavia, è a dir poco desolante e deprimente. Il mondo è un palcoscenico completamente vuoto. Esplorando queste lande che dovrebbero pullulare di vita, ci si rende drammaticamente conto che quasi il novanta percento del territorio è sterile, privo di animali o di vere minacce ambientali. Più che un omaggio epico al western, l’intera operazione trasuda la fortissima sensazione di trovarsi davanti a un pigro “asset flip”. L’impressione è quella di muoversi all’interno di un template pre-confezionato acquistato in saldo sullo store di Unreal Engine, gettato in pasto al pubblico senza il minimo sforzo creativo. A peggiorare un quadro già claudicante, interviene un uso massiccio e impacciato dell’intelligenza artificiale: non solo le illustrazioni e le immagini promozionali sembrano palesemente generate da algoritmi, ma persino i personaggi godono di un comparto audio piattissimo, chiaramente doppiato da voci sintetiche. Tutto questo west risulta decisamente poco spettacolare e scialbo. A fronte di un prezzo di lancio francamente troppo elevato per un Accesso Anticipato in questo stato, pretendere un esborso del genere è un insulto al portafogli dei videogiocatori.

Il crimine paga

Leggendo il pitch ufficiale, in Frontier Legends avremmo dovuto plasmare la nostra leggenda scegliendo se essere onesti costruttori, implacabili sceriffi o famigerati banditi, con un sistema in cui ogni nostra azione modella la nostra reputazione. Suona come un’infrastruttura ruolistica profonda e reattiva, giusto? Peccato che, una volta in partita, le logiche di base del mondo siano letteralmente inesistenti. Per testare la mia neonata carriera criminale, ho svaligiato ogni singola cassaforte e registratore di cassa all’interno della cittadina: la reazione è stata il nulla cosmico. Nessun NPC si è scomposto, nessuno ha chiamato le autorità, nessuno ha reagito. I coloni che dovremmo reclutare con orgoglio per mantenere attiva la nostra fattoria o per difendere l’insediamento si limitano a fissare il vuoto come comparse di un film. Sul fronte del puro gameplay e della progressione narrativa, si rasenta il ridicolo. Le pochissime missioni disponibili sono spesso rotte fin dalle fondamenta; basti pensare che la primissima quest che vi viene affidata appena scesi dal treno tende a buggarsi irrimediabilmente, spezzando sul nascere qualsiasi entusiasmo. E le animazioni? Definirle “acerbe” è fargli un complimento generoso. Il sistema di gathering, fondamentale in un titolo del genere, è legnoso e privo di soddisfazione visiva: colpisci un albero con l’ascia e non c’è una fisica reale di caduta, ma il tronco semplicemente sparisce nel nulla per magia. Più che un pioniere impegnato a domare una natura ostile, mi sono sentito un tester alle prese con meccaniche di gioco frustranti, sgraziate e malmesse.

Multiplayer e sopravvivenza: La solitudine dei numeri primi

Il vertice dell’imbarazzo lo si raggiunge analizzando le funzionalità sociali e di personalizzazione del gioco. Ci viene venduta l’opportunità entusiasmante di collaborare in cooperativa, di partecipare a eventi comunitari e persino di tradire i nostri compagni per accaparrarci fette di frontiera in sanguinosi scontri PvP. Un’ecosistema online florido. La cruda verità è che i server supportano al massimo un tetto di venti giocatori e, attualmente, appaiono come scatole vuote, isolate o bloccate. Avventurarsi nelle modalità multiplayer non fornisce nessuno spunto divertente, relegando l’esperienza a un vagabondaggio solitario e privo di scopo in un server fantasma. Ma non è finita qui: qualora decideste di chiudere un occhio sull’isolamento forzato, il primissimo ostacolo è la creazione del personaggio. Nonostante le promesse di unicità, l’editor offre scelte a dir poco imbarazzanti, limitandosi a una manciata di pettinature senza alcuna profondità per le fattezze del viso o del corpo. Non poter modellare liberamente i baffi del proprio alter ego in un’ambientazione western rasenta il sacrilegio. Anche il core loop della costruzione, che dovrebbe vederci partire da un misero fuoco da campo per ergere cittadine prospere, annega in una raccolta risorse di una noia mortale e limitazioni spaziali estenuanti. Complessivamente, il titolo dà la netta impressione di un progetto disunito, vuoto e venduto ben prima di essere pronto anche solo per una pre-alpha.

C’è bisogno di una vera e propria rivoluzione tecnica prima che questo deserto digitale possa meritare la nostra attenzione.