
Sono iniziati da qualche giorno i Mondiali di calcio e, per non smentirsi mai, anche questa edizione vede l’Italia mestamente fuori dalla competizione. Per cercare di risollevare il morale e dimenticare la disfatta, la soluzione ideale sembrava essere quella di buttarsi su un gioco di calcio arcade, qualcosa di leggero, caciarone e senza fronzoli, capace di rievocare i vecchi e gloriosi titoli da sala giochi. Le premesse di Beat the Champions sembravano perfette: un’esperienza frenetica in cui giocatori leggendari si affrontano in partite esplosive, rinunciando totalmente al realismo in favore di velocità e puro caos competitivo. Purtroppo, pad alla mano, la magia svanisce in fretta e il titolo si rivela essere deludente quasi quanto la mancata partecipazione degli Azzurri. Tra buone intuizioni sprecate e scivoloni tecnici, scendiamo in campo per capire cosa non ha funzionato.
L’Illusione dei superpoteri
Il gioco promette un gameplay cento per cento arcade, con partite dinamiche, esplosive e intense. Sulla carta, il sistema si basa su tre abilità speciali: il super tiro, il super scatto e il super dribbling. Un chiaro segno dell’atmosfera arcade è la scia che appare dietro i giocatori quando eseguono queste mosse, specialmente durante la super corsa. Il super dribbling, ad esempio, ti permette di scattare dritto attraverso un avversario facendoti sembrare un eroe dei cartoni animati. Il problema enorme, però, è che ogni singolo giocatore di ogni nazione ha assegnato una di queste abilità. Non importa se stai giocando con il Curaçao o con l’Argentina, una delle due punte avrà inesorabilmente il super tiro. Il super tiro, inoltre, si risolve in un banalissimo quick-time event dove devi premere un singolo tasto a tempo, senza offrire la minima sfida. Divertente la possibilità di fermare gli avversari con spallate potentissime. Fuori dall’area di rigore non esistono falli, permettendo contrasti continui e caotici. Tuttavia, in area di rigore c’è la concreta possibilità che l’ennesima spallata violentissima si trasformi improvvisamente in un penalty.
L’Intelligenza artificiale rimasta negli spogliatoi
Se cercate un livello di sfida appagante, avete decisamente sbagliato stadio. L’intelligenza artificiale del gioco, nonostante l’ultimo aggiornamento, continua ad essere un avversario fin troppo semplice e passivo. Anche impostando la difficoltà al massimo, vincere è fin troppo facile. È imbarazzante notare come si possa tranquillamente vincere un Mondiale dominando ogni singola partita per 4-0, 5-0 e persino 8-0. L’IA non offre letteralmente alcuna resistenza. I portieri, in particolare, sono un disastro totale; a volte non parano i tiri più banali o, peggio ancora, si buggano correndo all’indietro fino a uscire completamente dallo schermo di gioco. Nemmeno i vostri compagni di squadra brillano per acume tattico: spesso, mentre spingete verso l’area, i giocatori di entrambe le squadre rimangono completamente fermi, ignorando l’azione. Inoltre una volta segnato, basta sprecare tempo passandola al portiere per portare a casa la vittoria. Non sorprende che, dopo appena 4-5 partite, subentrino inesorabili la noia e la ripetitività. Il gioco fallisce nel mantenere quel ritmo adrenalinico che ti fa venir voglia di continuare a giocare a un titolo arcade.

Licenze a metà e la mancanza del multigiocatore
Beat the Champions tenta di cavalcare l’entusiasmo della Coppa del Mondo 2026 includendo le nazioni partecipanti. La stragrande maggioranza delle squadre presenta giocatori da diverse epoche con nomi rigorosamente finti e modelli grafici che cercano di richiamarne le fattezze. Discorso a parte per l’Argentina, la nazione dei campioni in carica: grazie alla licenza ufficiale della Federazione Calcistica Argentina (AFA), l’Albiceleste è “full-licensed”, sfoggiando nomi reali, volti “accurati” e persino diverse rose storiche. Segnare gol con leggende come Messi, Maradona o Batistuta è innegabilmente esaltante e il fattore nostalgia colpisce dritto al cuore. Tuttavia, questa cura maniacale per una singola squadra fa sembrare il resto del roster un contorno trascurato. Sul fronte dei contenuti, il gioco offre amichevoli, tornei e campionati, incluse varianti regionali come quelle Americane, Europee e Asiatiche. Peccato che, nonostante i nomi diversi, queste modalità siano essenzialmente identiche tra loro, prive di presentazioni speciali o elementi che rendano il torneo davvero memorabile. Ma la vera, imperdonabile mancanza per un titolo arcade moderno è l’assenza totale del multigiocatore online. Il gioco offre solo modalità locali e competitive da divano. Senza avversari umani online a fornire una vera sfida, l’esperienza è severamente limitata e compromette del tutto la longevità del prodotto.

Un comparto tecnico da cartellino rosso
Dal punto di vista tecnico e visivo, il titolo meriterebbe un’espulsione diretta. Graficamente il gioco è bruttino, piatto e soprattutto un po’ troppo “grigio” per essere un arcade, che di natura dovrebbe sprizzare vivacità da ogni pixel. L’esperienza utente è afflitta da scelte di design a dir poco sconsiderate. Le partite sotto la pioggia, ad esempio, diventano insopportabili a causa dell’effetto dei lampi che rende totalmente bianco lo schermo per un microsecondo. Questo è un problema di UX grave: stiamo parlando di luci lampeggianti fastidiose che meriterebbero un avviso per l’epilessia o, molto più semplicemente, la totale rimozione. Le opzioni a disposizione del giocatore sono poi ridotte all’osso; non ci sono impostazioni grafiche specifiche e il menù dell’audio si limita a un imbarazzante “Sì/No”, mancando persino di un basilare cursore per il volume. Anche sul campo le meccaniche scricchiolano: mancano statistiche visibili per giocatori o squadre, e schierare un attaccante in difesa non penalizza in alcun modo il rendimento del team. L’audio non aiuta a risollevare le sorti della partita, con suoni dei calci al pallone che ricordano una batteria elettronica dei primi anni 2000 e stadi svuotati di qualsiasi atmosfera. Per chiudere in bruttezza, il gioco ci ammorba con una coppia di commentatori decisamente fuori luogo, non solo per un titolo calcistico, ma forse per qualsiasi manifestazione sportiva.
