
“Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice.” (Matteo 26:39)
Nessuno, in tutta la storia del gaming, aveva mai pensato di tirare fuori un videogioco incentrato sulla vita di Gesù, eppure eccoci qui. I Am Jesus Christ è uno di quei progetti che, appena li vedi spuntare negli store digitali, ti spingono a controllare il calendario per assicurarti che non sia il primo d’aprile. E invece, il gioco è uscito il 2 aprile, a ridosso della Pasqua, e i ragazzi di Space Boat Studios hanno fatto sul serio, confezionando un’avventura in prima persona che adatta la vita della persona più famosa dell’umanità. È un titolo bizzarro che vanta un primato narrativo a dir poco esilarante: è forse l’unico videogioco al mondo in cui è letteralmente impossibile fare spoiler, perché il finale lo conoscono tutti da un paio di millenni. Al netto della vena involontariamente comica che scaturisce dall’usare mouse e tastiera per impersonare il Messia, l’opera si prende tremendamente sul serio nel farti rivivere i Vangeli. Resta solo da capire se questa curiosa operazione sia un piccolo miracolo indipendente o un’esperienza traballante che farebbe perdere la pazienza persino a un santo.
Un Messia velocista tra le dune della Galilea
“Corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.” (Isaia 40:31)
Esplorare i luoghi sacri della storia e vita di Gesù, dai deserti più inospitali fino alle affollate strade di Gerusalemme e della Galilea, dovrebbe rappresentare uno dei pilastri fondamentali dell’esperienza. Peccato che l’approccio scelto sia quello di un simulatore di camminate che finisce per mettere a dura prova non tanto la fede del giocatore, quanto la sua pazienza. I lunghi pellegrinaggi si svolgono all’interno di lande deserte e drammaticamente vuote, dove l’assenza di punti di interesse reali trasforma il viaggio in un tedioso esercizio di sopportazione fisica e mentale. Ma ecco che arriva il vero miracolo di game design: impersonare il Salvatore garantisce una stamina infinita e l’immunità totale ai danni da caduta. Il risultato è che, anziché procedere con il passo solenne di un profeta, ci si ritrova a saltellare sui tetti come un maestro del parkour, tagliando per le montagne e lanciandosi da altezze incredibili senza prendere danni. Questo approccio esplorativo distrugge all’istante qualsiasi illusione di realismo o di immersione spirituale. Ti ritrovi a correre all’impazzata come un maratoneta instancabile, trasformando un percorso sacro in una speedrun frenetica che farebbe impallidire qualsiasi action-RPG, mentre l’ambiente circostante resta un diorama inerte e passivo. Almeno esiste il viaggio rapido, una provvidenziale ancora di salvezza per evitare di consumare i tasti della tastiera vagando in un nulla cosmico a forma di deserto, anche se il prezzo da pagare è un senso di vuoto generale che permea ogni spostamento all’interno della mappa.
Moltiplicazione dei pani, dei pesci e dei minigiochi
“Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto.” (Isaia 53:2)
La descrizione ufficiale sbandiera la possibilità di compiere oltre trenta miracoli iconici per dimostrare la propria natura divina. Sfamare i cinquemila, restituire la vista ai ciechi, camminare sulle acque o calmare la furia di una tempesta: sono tutte prospettive che suscitano una certa curiosità. Il problema sorge nel momento esatto in cui si deve impugnare il mouse per mettere in pratica questi atti di onnipotenza, tradotti dai programmatori in una sequela di minigiochi che sviliscono la portata dell’azione. Curare i malati di lebbra, per esempio, si riduce a cliccare compulsivamente sulle loro ferite infette come se fossimo in un banale scaccia-pensieri per cellulari. Persino gli esorcismi si trasformano in goffi sparatutto, costringendoti a lanciare sfere di luce contro entità urlanti per poi trascinarle fisicamente dentro a portali rossi fiammanti degni di un fantasy di serie B. Le proverbiali tentazioni di Satana nel deserto, che dovrebbero rappresentare l’apice della tensione morale del protagonista, vengono tristemente declassate a percorsi a ostacoli o a bizzarre fughe da serpenti e tornado. Manca del tutto un reale senso di meraviglia o di tangibile progressione sacra in ciò che facciamo a schermo. La gestione stessa dello Spirito Santo, che va ricaricato tramite la preghiera per poter continuare a operare miracoli, finisce per assomigliare in tutto e per tutto a una banalissima barra del mana di un mago alle prime armi. Svolgere queste pratiche divine assomiglia più a un elenco di fastidiose mansioni lavorative che all’esercizio di un potere celeste inarrestabile.

Il verbo recitato da un sintetizzatore vocale
“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Giovanni 1:1, 14)
Se le ingenuità ludiche riescono tutto sommato a strappare qualche amaro sorriso di compatimento, è sul versante tecnico e sonoro che scatta la vera e propria scomunica da parte mia. Pur appoggiandosi su un motore grafico moderno come l’Unreal Engine 5, capace di regalare occasionali scorci luminosi dignitosi, il livello di dettaglio generale ci sbatte in faccia texture e animazioni che sembrano ripescate senza troppi complimenti da un archivio di due decenni fa. I centri abitati, seppur storicamente abbozzati nei loro elementi chiave, pullulano di NPC che ricordano manichini con lo sguardo vitreo e inquietante, totalmente incapaci di trasmettere un singolo briciolo di quell’emozione che la presenza del Messia dovrebbe generare. La vera croce da portare in questa esperienza, però, è l’utilizzo sfacciato e massiccio dell’intelligenza artificiale per generare quasi l’intero doppiaggio. Le voci dei personaggi, dai discepoli fedeli ai passanti casuali, risultano piatte, robotiche e del tutto prive di qualsiasi calore umano. Spesso capita persino di assistere ad assurdità in cui i sottotitoli a schermo indicano una frase di senso compiuto mentre l’IA ne recita una completamente diversa, creando un effetto straniante che uccide la serietà dell’atmosfera. Rispondere ai quiz teologici dei farisei o ascoltare il disperato lamento di una vedova perde ogni tipo di pathos quando il tuo interlocutore ha la stessa intonazione metallica di un casello autostradale difettoso. In un titolo che punta palesemente tutto sulla narrativa e sull’empatia del messaggio evangelico, cercare di risparmiare sul comparto audio è un peccato originale che non prevede alcun tipo di assoluzione.
Una sceneggiatura con troppi tagli al montaggio
“Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne torzerete nulla; così osserverete i comandi del Signore vostro Dio che io vi prescrivo” (Deuteronomio 4:2)
Adattare le Sacre Scritture in formato videoludico non è uno scherzo per nessuno, ma qui si è calcata decisamente troppo la mano con le sforbiciate al copione. Il gioco prende i Vangeli e li tritura, omettendo parti storiche fondamentali, per allungare invece il brodo con missioni secondarie di scarso interesse. Il risultato è un racconto frammentario che avanza inesorabilmente a scatti, scontentando chi conosce la materia e confondendo chi sperava in un riassunto coerente per avvicinarsi alla storia. Anche il rapporto con gli apostoli è ridotto all’osso: invece di legare con i tuoi discepoli, parlare con loro e capirne le motivazioni in profondità, ti limiti a scambiare due battute in croce con dei modelli 3D del tutto anonimi. Persino un evento cruciale come il tradimento di Giuda arriva quasi dal nulla, senza che ci sia un minimo di reale tensione emotiva a preparare il terreno al giocatore. Il gioco ha una fretta terribile di farti fare i miracoli, ma si dimentica troppo spesso di spiegare il perché delle azioni. In questo modo il messaggio si svuota, lasciando sul piatto solo una sequela di eventi slegati e privi del peso specifico che meriterebbero. Mancano i dibattiti teologici più accesi o i dubbi morali, rimpiazzati da una narrativa sbrigativa. Con un ritmo meno frenetico, la dimensione umana di Gesù avrebbe potuto bucare lo schermo, invece di sembrare un riassunto scolastico raffazzonato.

La salvezza non passa da qui
“Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, e non sei né freddo né caldo, io ti vomiterò dalla mia bocca” (Apocalisse 3:15-16)
Giungere finalmente al termine di questo strambo pellegrinaggio videoludico lascia un sapore indecifrabile in bocca, costantemente in bilico tra la noia profonda e la genuina incredulità. Quando finalmente si arriva all’inevitabile climax della Passione e della Crocifissione, l’impatto drammatico viene brutalmente affossato da meccaniche sciatte e tirate via. Il doloroso trasporto della croce diventa un lungo, letargico e frustrante quicktime event senza alcuna vera spinta emotiva, affrontato per giunta in mezzo a una manciata di passanti generici clonati anziché di fronte a una vera folla inferocita e scalpitante. Ci troviamo davanti a un’opera che sguazza in una spiazzante area grigia, un ibrido mal riuscito tra un esperimento educativo noioso e un videogioco vero e proprio. Rispetto il coraggio di chi ha concepito un progetto del genere sfidando ogni logica di mercato, ma l’esecuzione tecnica e ludica fa acqua da quasi tutte le parti. È un titolo che regala qualche risata per i suoi inaspettati bug e le sue scelte di design discutibili, ma che non ha la forza per lasciare un segno nell’animo di chi gioca. Il medium videoludico avrebbe tutte le carte in regola per trattare argomenti di questo calibro in modo maturo; purtroppo, I Am Jesus Christ finisce per assomigliare più a un meme di internet sfuggito di mano. Ci vuole davvero un sacco di fede per arrivare fino in fondo senza mai sbadigliare.
