
Civil Purgatory arriva da uno sviluppatore che molti conoscono già per gli horror Slashers e Doll Impostor. Questa volta ha deciso di cambiare registro, provando a dare vita a un esperimento che mischia politica, dittatura e burocrazia. L’idea è di quelle che fanno alzare il sopracciglio: un Papers, Please-like arricchito dall’intelligenza artificiale, capace di generare sospetti, dialoghi e storie uniche per ogni partita. Non parliamo quindi di un semplice clone, ma di un tentativo di evolvere un genere che aveva già trovato la sua vetta nella dogana di Arstotzka. La key ci è stata gentilmente fornita dallo sviluppatore, che ha permesso di testare questo purgatorio digitale in anteprima. E se l’ambizione va lodata, la resa lascia un retrogusto amaro: tra buone intuizioni e realizzazione zoppicante, Civil Purgatory resta intrappolato in un limbo che è più vicino al purgatorio che al paradiso.
Il manuale del regime
Civil Purgatory ci mette nei panni di un esecutore del regime di Obliska, con il compito di mantenere ordine e controllo attraverso interrogatori degni dei peggiori totalitarismi del secolo scorso. La lista dei reati è talmente lunga da sembrare un’enciclopedia del nonsense autoritario: appartenere a fedi non autorizzate, indossare simboli religiosi, possedere più passaporti, trasportare reliquie proibite, frequentare culti segreti, avere tratti facciali ritenuti impuri, fino al classico intramontabile: criticare il regime. Anche la diversità di orientamento sessuale viene schedulata come crimine, tanto per non farsi mancare niente.
L’ufficio in cui lavoriamo è decorato da due bandiere rosse con una croce nera, un richiamo talmente esplicito al Signor Baffetto che non serve nemmeno sforzarsi a cogliere la metafora. Qui l’ispirazione storica non è sottile: è un cartellone luminoso con scritto “Ehi, guarda, siamo cattivi!”.
Il gameplay gira attorno a una routine precisa. Si raccolgono i documenti, si possono scegliere domande da una lista preimpostata oppure si può tentare la via più ambiziosa e scriverne di proprie. È una possibilità che sulla carta sembra rivoluzionaria, perché ti permette di indirizzare davvero l’interrogatorio. Peccato che, nella pratica, le risposte dell’IA siano talmente lente e sconnesse da farti passare la voglia di improvvisare. Alla fine ti ritrovi a usare quasi sempre la lista, non perché sia stimolante, ma perché almeno funziona senza troppe sorprese. Poi arriva il momento di scrivere il rapporto a macchina, degno del peggior burocrate con mal di schiena, seguito dal giudizio del supervisore che decide se hai fatto bene o se sei solo un peso per l’apparato statale. Ma il vero colpo di scena è il pulsante del soldato: un tasto magico che può portarsi via il sospetto o, se la giornata è storta, fargli assaggiare un paio di pugni. Una funzione che dovrebbe rappresentare la brutalità del regime, ma che alla fine fa più ridere che inquietare.
Alla fine della giornata, che si chiude alle 18 dopo un paio di interrogatori, si torna a casa dalla famiglia. Qui ci aspetta il resoconto economico: soldi spesi, soldi guadagnati, possibilità di rivendere oggetti sequestrati o addirittura sognare vacanze. Una dinamica che scimmiotta Papers, Please, ma senza la stessa tensione che ti faceva sudare ogni singola scelta. Qui sembra più un minigioco messo lì tanto per riempire, che un vero ingranaggio della simulazione.
Deficienza artificiale
Il cuore di Civil Purgatory dovrebbe essere l’intelligenza artificiale che genera dialoghi e storie, ma quello che ci troviamo davanti somiglia più a una deficienza artificiale. I sospetti rispondono dopo tempi biblici, spesso contraddicendosi o infilando errori grammaticali e sintattici che spezzano qualsiasi immersione. Le domande personalizzate dovrebbero aprire la strada a conversazioni inaspettate, invece producono risposte sconnesse e ripetitive che sembrano generate al volo da un correttore automatico. Non è raro trovarsi davanti a scenette surreali: nel mio primo caso la sospetta era stata arrestata da due stormtrooper imperiali. Un tocco che, più che evocare il clima del regime, fa pensare a una fanfiction mal riuscita su Star Wars.
In teoria l’IA dovrebbe trasformare ogni interrogatorio in un’esperienza unica, con scelte diverse e conseguenze sempre nuove. In pratica, quello che restituisce è un flusso di testi mal tradotti, incoerenti e spesso privi di logica interna. Il supervisore può anche valutare i nostri rapporti con voti e giudizi, ma il processo perde qualsiasi valore quando le risposte su cui ci si basa sono un pasticcio di ripetizioni e contraddizioni. Il risultato è frustrante: invece di dare la sensazione di avere tra le mani un mondo vivo e imprevedibile, si ha l’impressione di leggere bozze mal formattate di un compito in classe.

Lentezza, confusione e interfaccia
Se la lentezza dell’IA non fosse già abbastanza, Civil Purgatory riesce a complicarsi la vita anche con un’interfaccia che sembra progettata per confondere. Per iniziare a parlare con un sospetto non basta scegliere una domanda: bisogna cliccare sulla macchina da scrivere, che di per sé non sarebbe nemmeno un’idea sbagliata, se solo il gioco lo spiegasse meglio. Invece ti ritrovi a fissare documenti e volti senza capire come sbloccare il dialogo, finché non scopri da solo che la vecchia Olivetti virtuale è in realtà il tuo microfono. A questo si aggiunge il telefono del tenente, che resta lì a occupare spazio senza che nessuno chiarisca a cosa serva. Forse è solo un soprammobile con la cornetta.
Il problema è che non esiste un vero tutorial: il gioco ti butta subito dentro all’ufficio, circondato da montagne di documenti, e ti lascia naufragare nella carta bollata. Dopo ogni interrogatorio arriva immancabile il responso del supervisore: una valutazione che dovrebbe darti la sensazione di far parte di un ingranaggio rodato, ma che in realtà somiglia più a un esame burocratico all’INPS. Compili, timbri, spedisci… e non sei mai del tutto sicuro di aver fatto bene.
Il ritmo, che in un gestionale di questo tipo dovrebbe tenerti incollato, qui è completamente assente. Tra attese infinite, comandi poco intuitivi e procedure macchinose, ogni giornata virtuale diventa più lunga e stancante di un turno vero dietro lo sportello di un ufficio pubblico. Invece di creare tensione o curiosità, subentra la noia. E il dramma è che non migliora col tempo: la lentezza non è un difetto passeggero, è proprio l’essenza stessa del gioco.
Un’idea brillante che merita di più
Civil Purgatory è un gioco che nasce da un’intuizione coraggiosa: usare l’IA per dare nuova linfa a un genere che sembrava aver già detto tutto. E in effetti, l’idea funziona sulla carta. Ogni interrogatorio dovrebbe essere diverso, ogni storia una sorpresa, ogni giornata un piccolo tassello nella vita sotto un regime soffocante. La realtà, però, racconta altro: tempi biblici, dialoghi incoerenti, assenza di tutorial, traduzioni traballanti e un sistema di gioco che fatica a stare in piedi.
Nonostante questo, è impossibile bollare Civil Purgatory come un fallimento totale. La base è solida, il concetto intrigante e la voglia di innovare è evidente. Con il giusto lavoro sull’IA, con tempi di risposta snelliti e un’interfaccia più chiara, questo titolo potrebbe diventare davvero la nuova frontiera dei Papers, Please-like. Per ora resta un esperimento interessante, che si perde nel limbo delle buone idee non ancora maturate. Un purgatorio, insomma, che attende la sua occasione di redenzione.
