
Pensavo di cavarmela con un paio di ricette carine e un nome azzeccato per il locale. Invece mi sono ritrovato alle prese con un mazzo di carte, un gatto invadente e una fila di clienti più bizzarri dei piatti che mi chiedono di preparare. Abra-Cooking-Dabra è un gioco di cucina britannica a base di carte, ma non lasciatevi ingannare dal tono fiabesco: qui si lavora duro, si gestisce ogni passaggio del piatto e si prega che l’ingrediente giusto arrivi prima che scada l’ordine. Ho ricevuto una key gratuita, l’ho giocato con entusiasmo e con un crescente senso di sopraffazione. Ed è proprio per questo che ho deciso di raccontarvelo.
Il fascino strano delle carte da cucina
La prima cosa che colpisce in Abra-Cooking-Dabra è l’idea: un gioco gestionale di cucina in cui ogni ingrediente, utensile e passaggio è rappresentato da una carta. Non si taglia con precisione, non si frigge con attenzione, non si impiatta seguendo le regole dell’arte. Si pescano carte, si combinano in sequenza, si incastrano nel flusso del livello e si cerca di arrivare alla fine dell’ordine senza trovarsi con mezzo inventario da buttare. Ogni livello è un puzzle da risolvere, in cui il piatto va preparato nel modo corretto, rispettando i tempi, i vincoli e le risorse a disposizione. Dopo qualche tentativo, tutto prende ritmo: le azioni si incastrano, la mano si muove con più sicurezza, e ti ritrovi nel pieno di un servizio frenetico, con il mouse al posto del coltello e un mazzo da cui dipende l’intero menu. Il senso di ordine che riesci a costruire in mezzo a quel caos è sorprendentemente soddisfacente, anche perché tra un’estrazione fortunata e una combinazione riuscita, inizi davvero a sentirti parte di qualcosa che funziona.
Una clientela difficile da dimenticare
Ogni livello introduce clienti con richieste precise, ricette sempre più elaborate e tempi da rispettare, ma anche con una presenza scenica che spinge a guardarli due volte. Alcuni sono bizzarri, altri inquietanti, altri ancora sembrano usciti direttamente da Alice nel Paese delle Meraviglie. L’estetica del gioco è surreale e piena di dettagli strani, con richiami evidenti a un certo immaginario fiabesco che mescola il tè delle cinque con il disordine creativo di un food truck impazzito. I clienti non chiedono soltanto piatti, pretendono anche attenzione e cura, e spesso si fanno notare per la varietà di gusti e le combinazioni che sembrano scelte per mettere alla prova la tua pazienza. Alcuni tornano più volte, altri compaiono e spariscono senza preavviso, ma tutti aiutano a costruire un mondo coerente proprio nella sua assurdità. A osservare tutto da dietro le quinte c’è il Gatto, presenza costante e giudicante, che non dice nulla ma riesce comunque a farti sentire sotto esame. Sta lì, ti fissa, e sembra sapere già che quella carta di senape non ti servirà a nulla.

Quando il caso non è solo un ingrediente
Le risorse del gioco arrivano da pacchetti casuali che, in teoria, dovrebbero aiutare a costruire il piatto perfetto, ma che nella pratica seguono regole tutte loro. A volte basta un pacchetto per trovare subito l’ingrediente giusto, altre volte ti ritrovi a vendere, ricomprare, mescolare e insistere solo per ottenere una maionese o una cipolla. Non è una questione di sfortuna, ma una dinamica precisa del gioco, che costruisce buona parte del suo ritmo proprio su questa incertezza. Il sistema ti dà diversi strumenti per affrontarla: puoi vendere quello che non ti serve, mettere in pausa per pensare con calma, combinare più elementi, spostare le carte per fare spazio. Ma serve comunque una buona dose di adattamento. Ci sono momenti in cui tutto fila liscio, in cui ogni pacchetto porta con sé un tassello fondamentale, e altri in cui ti ritrovi sommerso di salse inutili. Eppure anche questo fa parte del gioco, ed è proprio il modo in cui riesci a reagire a definire se sei davvero pronto a servire.
La fatica del servizio, la bellezza del caos
Abra-Cooking-Dabra non punta su un’esperienza rilassante, anzi, chiede molto più di quanto sembri a prima vista. Ogni livello richiede attenzione costante, ordine mentale, una buona capacità di adattamento e una certa dimestichezza con la gestione dello spazio. Le carte vanno posizionate, combinate, vendute e tenute d’occhio, mentre i clienti arrivano con richieste complesse e una pazienza limitata. Non ci sono momenti morti, e ogni secondo passato a decidere se tenere una zucchina o comprare un altro condimento è un secondo in meno per completare l’ordine. Quando tutto si incastra, però, si raggiunge quel tipo di soddisfazione che nasce dalla sensazione di aver fatto girare un sistema che sembrava ingestibile. Ogni run diventa una danza tra preparazione, logica e intuizione. E anche quando qualcosa sfugge, anche quando una carta sembra rovinare tutto, c’è sempre quella spinta a riprovare, a sistemare le cose, a dimostrare che si può fare di meglio. Il gioco non ti premia con grandi effetti, ma con una soddisfazione sottile, costruita un piatto alla volta, una carta dopo l’altra.
Una sfida mascherata da fiaba
Abra-Cooking-Dabra ha tutta l’aria di un passatempo stravagante, ma dietro le carte colorate si nasconde un meccanismo serrato, più vicino a un gestionale hardcore che a un minigioco da fine giornata. L’estetica può trarre in inganno, così come i nomi buffi e l’umorismo surreale, ma basta un paio di turni per rendersi conto che qui si gioca sul serio. Il ritmo si fa incalzante, le richieste aumentano, lo spazio scarseggia, e ogni scelta pesa più del previsto. Non ci sono pause mentali, solo incastri da risolvere e imprevisti da assorbire. È un titolo che stimola e confonde, che diverte e stanca, perfetto per chi ama cavarsela in condizioni poco favorevoli. Chi invece cerca relax o comfort food dovrebbe guardare altrove. Qui si lavora.
